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Testimonianze Marketa, Repubblica Ceca-VERSO UN’EUROPA UNITA
Prima del 1989, per noi giovani dell'Est pensare ad un'Europa unita era davvero un sogno. Si viveva in un regime di paura: paura di esprimere in qualsiasi modo un pensiero diverso da quello comunista e ateo. Conoscere i giovani per un mondo unito ha voluto dire per me scoprire una vita nuova. Un'estate ho avuto un permesso speciale per abitare per un periodo nella Germania dell'Ovest. Mi ricordo la forte impressione di poter camminare per le strade di una città libera, la sensazione di non essere seguita da nessuno, di potermi esprimere liberamente. Avrei potuto rimanere là, come facevano tanti... Ma avvertivo che la libertà vera l'avevo già trovata nel Vangelo e così sono tornata a Praga. Poi, i giorni storici in cui il muro tra l'Est e l'Ovest è crollato. E qualche mese dopo, il Genfest internazionale a Roma, dove per la prima volta, anche noi giovani per un mondo unito dei Paesi dell'Est ci incontravamo, insieme agli altri giovani di tutto il mondo. L'impressione più forte era che, anche se non c'eravamo mai visti, ci conoscessimo da sempre. La forza della vita del Vangelo, che oltrepassa ogni divisione, io l'ho sperimentata e sono sicura che questo cammino di unità sta andando avanti per ogni popolo, per ogni paese. Certamente la giornata di Stoccarda dell'8 maggio sarà una nuova tappa importante.
Volo, Brasile – Economia di Comunione per un mondo unito Ogni anno, anche in Brasile, a Curitiba la mia città, siamo i promotori della "Settimana mondo unito". In una di queste, abbiamo parlato dell’Economia di Comunione, un progetto che è nato da Chiara, qualche anno fa, proprio in occasione di un suo viaggio in Brasile. Di fronte alla povertà di tante persone, alla loro lotta per sopravvivere, Chiara lanciò una proposta rivoluzionaria che in questi anni si è diffusa e oggi è diventata un vero e proprio modello economico. Si tratta di aziende che in tutto il mondo decidono di dare i loro guadagni dividendoli in tre parti: una parte per aiutare i più poveri; un’altra parte per diffondere una nuova cultura, la “cultura del dare”, e un’altra parte per sostenere lo sviluppo dell'impresa. Attualmente sono già più di 800 le imprese che partecipano a questo progetto. Io ho potuto vedere concretamente come lavorano, quando ho vissuto per un periodo nella cittadella in Brasile dov'è nato il primo Polo Industriale dell’Economia di Comunione. E in questi mesi, anche qui a Loppiano, ne sta sorgendo uno per le aziende italiane. Sono i primi passi, ma sono un segno concreto che qualcosa può cambiare anche nell’economia.
Davide, Italia-L’arte non poteva essere tutto Ho studiato all’accademia di Belle Arti a Bologna dove ho riscoperto l’arte come esperienza dell’anima: arte che viene dall’anima e arte che all’anima ritorna, toccando quelle corde che in altro modo non riuscirebbero a vibrare. Inteso in questo senso l’ambiente accademico mi ha aiutato ad instaurare dialoghi molto profondi che difficilmente si realizzano per altre vie. D’altro canto però mi sembrava sempre più chiaro che la mia vita non era fatta solo di questo. L’arte non poteva essere… tutto, soprattutto per me che mi sentivo chiamato da Dio ad allargare i miei orizzonti sull’umanità… Con questo stato d’animo portai a termine la tesi e contemporaneamente mi arrivò la chiamata per il servizio civile. Diversamente da come previsto dovevo prestare servizio presso un centro di cura per persone anziane e non alla Pinacoteca Nazionale.Quindi niente pavimenti in marmo, niente capolavori della pittura, niente teorie e niente spiegazioni. Mi sono ritrovato davanti persone sofferenti, sole, da sostenere e accompagnare in ospedale per le visite, da consolare nei momenti di sconforto. Una mattina mentre imboccavo la colazione ad una “nonnina” riscoprii quanto poteva essere artistica, creativa e minuziosa l’arte… si!! Ma l’arte di amare. Un’arte in cuinon dovevo tanto… dipingere ma essere… “pennello nelle mani di Dio” per fare arrivare a tanti il suo amore.
Vicky, Uruguay- RICOMINCIARE DA ZERO Per motivi di lavoro, dall’Uruguay, i miei genitori si sono trasferiti in Italia. In un primo momento, io non sono venuta perché ero all’ultimo anno di scuola, ma dopo aver concluso, anch’io li ho raggiunti qui. A dire la verità, le prime settimane era facile: mi sembrava quasi di essere in vacanza… Ma dopo un po’ c’erano tante cose che non ritrovavo più intorno a me: i miei amici, le attività di prima, i miei parenti… Era proprio ricominciare da zero! Ad un certo punto, se non volevo solo fermarmi a piangere per ciò che lasciavo, ho capito che dovevo decidermi. Quella che si apriva davanti a me era una strada nuova… perché non buttarmi? Mi sono accorta che ci sono tanti stranieri in Italia che vivono situazioni davvero difficili, mentre io non trovavo problemi così grossi. Ho cominciato a chiedermi cosa potevo fare io per loro, per voler bene concretamente a quelli che avevano bisogno di un aiuto... Valeva la pena lasciarmi dietro le spalle la mia paura, le mie mille domande e fare il primo passo verso di loro. La scelta di mettermi ad amare gli altri mi ha fatto sentire parte di una famiglia più grande.
Gina, Filippine –QUELLA MALATA DI AIDS MI HA DATO FORZA Uno splendido pezzo del mio viaggio mi ha portato dalle Filippine a lavorare come infermiera perquasi due anni in un ospedale del Camerun, in Africa. Tra le tante ho conosciuto una paziente molto giovane malata di AIDS. Le sono stata accanto cercando di darle tutto quanto potevo: un’attenzione speciale, qualche parola nella sua lingua perché mi sentisse del suo popolo, un biglietto con un saluto personale. Poco a poco l’ho vista più serena. Un giorno, mi ha fatto un grande sorriso… ormai non riusciva quasi più a parlare. E’ stato un regalo immenso: quel giorno ero arrivata al culmine della stanchezza e della tensione e quell’amore che mi ritornava mi ha dato forza e coraggio. Il giorno dopo, rientrando per il turno, l’ho trovata in fin di vita. E’ partita per il cielo proprio mentre ero con lei… mi è sembrato che mi volesse aspettare. Erica, Romania -Dio nella mia vitaNon mi sono mai chiesta se Dio esiste, mi sembrava logico, ma che avesse a che fare con me, questo non me lo aspettavo proprio. In Romania, fino a qualche anno fa, non è che si sentisse molto parlare di Lui… Di fraternità universale, invece sì, ma era una fraternità che valeva solo tra chi la pensava allo stesso modo, e per questo non mi convinceva. E’ stato Gesù che ha rimesso insieme i pezzi del mosaico: ho scoperto che noi siamo tutti fratelli perché abbiamo un unico Padre e anch’io potevo fare la mia parte per costruire sulla terra un’unica famiglia. Era un progetto per cui valeva la pena dare la vita. Un giorno, ho appuntamento con gli amici. Quando arrivo - sono un po’ in ritardo -, li trovo tutti sotto l’effetto della droga. Una profonda tristezza… Ci volevamo bene, eravamo i leader della nostra scuola: il teatro, il giornale, le mostre… Ma la droga, no, non potevo condividere questa scelta con loro. I compromessi non mi piacevano, io volevo la radicalità. Poco dopo, ero in viaggio con gli altri giovani per un mondo unito: si andava a Roma, per un meeting internazionale e ci tenevo tanto. Ma a metà del viaggio, mi accorgo che non ho più il passaporto con me… E’ uno shock! Non volevo perdere quell’incontro. Invece dovevo tornare indietro, mentre tutti gli altri proseguivano. Ero confusa… Dov’era l’amore di Dio? Finché, di colpo, la luce: Lui era lì accanto a me ed io potevo continuare ad amare. La felicità non dipende dalle situazioni esterne, non dipende dagli altri… Fuori era inverno, era notte, ma dentro io avevo trovato la libertà, quella che cercavo: e la decisione di dare tutto per non perderla più. Alain, Cameroun – Il coraggio di dire no Fin da bambino, ascoltando di nascosto di cosa parlava un gruppo di persone nel salotto di mio padre, ho scoperto questo ideale di fraternità. Ero curioso anche perché in quel gruppo c’erano due europei e tutti erano felici. Della mia vita di quegli anni a Douala, nel Camerun, ricordo l’entusiasmo del poter vivere con i Giovani per un mondo unito, organizzando incontri, attività, facendo conoscere a tanti la vita del Vangelo. Questa vita trasformava anche le attività che svolgevo al Liceo, dove è cresciuto il rapporto con tutti e mi hanno eletto presidente del club di elettrotecnica.Vedendo che non era facile per tutti i giovani della mia età fare esperienze concrete nella vita, ho pensato di mettere su un progetto di conservazione e trasformazione dei frutti e legumi.Ci siamo impegnati in questo con i compagni e i Giovani per un mondo unito e abbiamo avuto successo. Grazie ad un dispositivo elettromeccanico che avevo costruito con materiale di recupero, siamo riusciti a produrre frutta e legumi secchie marmellate. I soldi guadagnati li mettevamo in comune per aiutare chi aveva bisogno. Terminati gli studi di elettrotecnica, ho vinto un concorso che mi dava la possibilità di frequentare un corso di ingegneria militare.Parlandone con gli altri Giovani per un mondo unito ho deciso di rinunciarvi perché quella professione non si accordava con il mio impegno di vivere per la pace e un mondo unito. E così mi sono iscritto all’Università di tecnologia. Quando ho saputo che a Fontem, una cittadella come questa in Camerun, cercavano aiuto per la costruzione d’impianti elettrici e la manutenzione ospedaliera, sono andato. Ricordo le volte in cui sotto la pioggia dovevamo sbloccare la turbina del generatore fermata dal passaggio delle foglie trasportate dall’acqua. Spesso succedeva di notte mentre la cittadella dormiva, ma ricordandomi che vari settori dell’ospedale avevano bisogno d’energia in permanenza, ogni volta mi buttavo correndo nel buio con la lampada in mano. Vivendo così a servizio degli altri ho capito che Dio mi chiedeva di dare concretamente tutta la mia vitaper l’ideale dell’unità, 24 ore su 24. Stefano Pina e Paolo, Loppiano -Nove giorni a GerusalemmeIn aprile con 30 Giovani per un mondo unito siamo andati in Israele e in Palestina, abbiamo camminato su quella che preferiamo chiamare, come tanti, la “Terra Santa”. Abbiamo percorso le strade che hanno percorso anche Gesù, Maria, gli apostoli accanto a loro. Nove giorni ed è stata un’esperienza mozzafiato. Se dipendesse da noi, ci torneremmo anche domani. Ma la lezione più grande di questo viaggio è una sola e ci impegna allo stesso modo anche qui e dovunque: “quello che vale è amare”. Amare, così come fanno tanti giovani, famiglie, persone di tutte le età che, da eroi - e noi l’abbiamo visto - continuano, nonostante tutto, a credere che un mondo di fratelli e sorelle è possibile. Giovani che ogni mattina rinnovano il Patto di essere pronti a dare anche la vita per portare amore proprio là dove non c’è amore, dove c’è violenza, paura, distruzione. Paolo: Abbiamo conosciuto Gerusalemme, la Galilea con i suoi affascinanti deserti e le sue fertilissime pianure, Haifa sul mare, e poi nei territori occupati, Betlemme e il deserto di Giuda, Nazareth… Sembra paradossale, perché in quel clima solenne, e nello stesso tempo così intriso dei fatti drammatici dell’attualità, ogni volta era una festa ritrovarci, di paese in paese, con chi condivide il nostro stesso ideale di unità in questa terra meravigliosa e martoriata. Era come se Gesù tornasse realmente, dopo 2000 anni, in mezzo a noi, Lui che ha detto proprio là, sotto quel cielo: “Dove due o più siete uniti nel mio nome, io sono lì tra voi…”.Abbiamo cercato di portare a ciascuno la nostra unità, la nostra solidarietà concreta, perché ci sentano vicini; ma stare accanto a loro, almeno per poche ore, è servito soprattutto a noi, che venivamo da tanti Paesi diversi, per imparare e per ringraziare di quello che vivono e offrono per tutti. Le esperienze sarebbero tantissime: dalla piccola copisteria in un villaggio dei territori palestinesi, nata per dar lavoro ad alcuni giovani e, allo stesso tempo, poter donare parte dei guadagni a chi è ancora più povero di loro. E c’è chi ha perso mariti, fratelli, figli, genitori, chi ogni giorno vive nella paura di vedersi portar via i propri cari, o di veder crollare la propria casa, o nel terrore quotidiano del passaggio ai posti di blocco. C’è chi non ha più nessuna certezza, se non quella che si può tornare a sorridere solo se si continua ad amare. Pina: Là la pace si costruisce in prima persona, sorridendo ai soldati, nonostante mille ingiustizie, offrendo qualcosa di positivo anche a chi potrebbe essere chiamato “nemico”. E quest’amore sconvolgente è arrivato anche a noi: è tantissimo quello che ci hanno dato, perfino dolci, pranzi, feste, tutto è stato un atto d’amore continuo.E nella situazione drammatica che stanno attraversando, piccoli grandi miracoli: come a Betlemme. Il sabato di Pasqua, ci avviamo verso la Basilica della Natività attraverso un paese desolato, spaccato dal muro in costruzione, i soldati palestinesi sono più o meno dappertutto. Entriamo alla spicciolata attraverso la cosiddetta “Porta dell’Umiltà”. Un soldato ferma Margarita, ultima del nostro gruppo, e commosso le dice: “Grazie della vostra presenza qui: abbiamo bisogno di voi!”. Certo la pace forse è ancora lontana, ma non è impossibile. Ora che siamo tornati, c’è più forza nel cuore per vivere con radicalità e fortezza, anche qui, nella nostra avventura di ogni giorno, la sfida dell’unità, perché “quello che vale e quello che resta, alla fine di ogni giornata, è solo l’amore”. Paolo: In aereo, da Tel Aviv a Roma, ho preso una penna e ho scritto di getto una semplice frase che mi girava in mente da tempo, ma non riuscivo ad afferrare… Ho pensato di metterla in comune con voi, perché dice meglio di tante parole quello che ho dentro: “Ho nostalgia del Cielo, ma vorrei che svanisse solo prima dell’ultimo salto.” Rocio, Venezuela – DAL VENEZUELA, SPIRAGLI DI FRATERNITA’Nel mio Paese, il Venezuela, da tempo ormai ci sono grossi disordini, il Paese è spaccato in due e quasi ogni settimana ci sono scontri per le strade. La disoccupazione aumenta di giorno in giorno, la fame, l’insicurezza, l’odio tra le persone... A volte viene da dubitare che esista una via di uscita. Ma con i giovani per un mondo unito abbiamo deciso di fare tutta la nostra parte perché il nostro paese ritrovi la strada verso la pace. Amarilys, per esempio, una di noi, si è impegnata in un nuovo partito politico e subito le è stato affidato un incarico da dirigente. Ora deve parlare in pubblico, scrivere programmi ufficiali, marciare in prima fila nelle manifestazioni popolari… Soprattutto vuole dare il suo contributo perché la fraternità sia la base di una nuova politica. Anche noi cerchiamo di vivere con lei ogni tappa, per scoprire insieme il vero bene del nostro Paese. E lo stile di unità che cerchiamo di avere, si sta diffondendo. In tanti rinasce l’impegno per la pace. Ad esempio, Luis Eduardo, un giovane anche lui impegnato a cambiare le cose, ma deluso di fronte alla violenza e all’ingiustizia, dopo che abbiamo cominciato a lavorare insieme ci ha detto: “Ho ritrovato la certezza che é possibile costruire una società più giusta”.
Claudia, Italia – VOLEVO SPORCARMI LE MANI Io sono della Toscana. Da tempo, guardando le situazioni di povertà e di dolore intorno a noi, sentivo l’esigenza di “sporcarmi le mani”, di stare vicino anche concretamente a chi è nel bisogno. Per questo avrei voluto partire per un paese del sud del mondo, ma non mi è stato possibile. Quindi, che fare? Ho saputo in quel periodo che un gruppo di ragazzi della mia età, tutti i venerdì, raccoglievano cibo nei bar e preparavano un pasto caldo e bevande per i “senza fissa dimora” delle stazioni di Firenze. Da tre mesi faccio parte anch’io di questo gruppo di giovani e ormai sono diventati parte della mia vita. Non si tratta solo di portare un piatto caldo, ma è stare con loro, ascoltarli, sorridere, rispettarli, conoscere le loro vite.... Io stessa mi sento diversa: la povertà, la radicalità nelle scelte quotidiane, la felicità di donarsi le ho trovate qui, senza andare troppo lontano. |