Luigi Balduzzi e Maria

ALLE RADICI DELLA MARIAPOLI/14
Famiglie a tutta prova

Le prime avventure a Loppiano di un'altra famiglia di pionieri intrepidi, quella di Luigi e Maria Balduzzi.

«Conoscevo l'impresa di Tino - racconta Luigi -, Agnese è mia sorella, sapevo che erano a Loppiano e poco prima di Natale del 1967 l'ho chiamato per fargli gli auguri. Parlando del più e del meno gli chiedo: "Ma come va? E lui mi dice: Perché non vieni a passare fine anno con la famiglia, così ti rendi conto di come stiamo. E così siamo venuti a Loppiano, per 4 o 5 giorni. Siamo stati alloggiati a Tracolle dove ancora abitava Tino. A Clusone, con mio fratello Matteo avevamo un’officina di riparazione di motociclette. Come apprendista, avevo fatto qualche esperienza anche con le macchine. In quei giorni a Loppiano, ho conosciuto Giacomo Carminati che si occupava della manutenzione delle auto. Lo vedevo andar su e giù da Firenze e gli ho chiesto: ‘Ma come fai a far la manutenzione?’. E lui: “Faccio quello che posso. Al pomeriggio porto col pulmino al lavoro alcuni focolarini e focolarine. Al mattino vado a Figline da un garagista che mi mette a disposizione gli attrezzi per fare qualche lavoretto e mi dà anche dei consigli”. A me è venuto spontaneo pensare: “E’ inverno, a Clusone c’è la neve, il mio lavoro è più tranquillo, perché chi vuoi che vada in giro in motocicletta?”. E mi esce spontaneo: “Se vuoi, posso venire ogni tanto – due o tre giorni - a darti una mano…”. “Magari! – risponde - Non c’è bisogno nemmeno che mi telefoni, basta che vieni!”. E’ cominciata in questo modo la mia avventura. E più passava il tempo, più restavo a Loppiano qualche giorno in più… Poi è arrivata la prima settimana di marzo del 1968. Chiara è venuta per inaugurare la scuola dei focolarini ed una mattina sono stato invitato anche io all’incontro con lei. In quell’occasione Chiara ha descritto come poteva prendere forma Loppiano, con tutte le espressioni di una città: le autorità civili, religiose, le famiglie, le fabbriche… Ed io ero lì a veder nascere questa realtà straordinaria. Vi racconto un episodio particolare della mia giovinezza: sono figlio di contadini e una domenica mattina - avrò avuto 14 o 15 anni - ero alla cascina del mio babbo, a ridosso della montagna. Mentre pascolavo le mucche - non so se recitavo il rosario -, guardando l’altopiano di Clusone mi è venuto spontaneo dire alla Madonna: “Quando sarò grande ti costruirò una cattedrale”. Nel pomeriggio dell’8 marzo, sono andato come di solito in cappellina a fare la visita, ma avevo dentro forte quanto aveva detto Chiara. Qualcosa mi aveva scosso, mi sembrava che la Madonna mi dicesse: “Lascia tutto e vieni a costruire la mia città”. Sono tornato a casa, mia moglie Maria mi ha visto un po’ scombussolato e ha chiesto come era andata. Non sapevo cosa dirle. Il giorno dopo ho confidato prima a mio fratello Matteo quello che mi era successo. E si è visto che forse per il lavoro potevamo trovare una soluzione, mi avrebbe potuto sostituire un giovane ormai pratico che ci aiutava nell’officina. Con Maria abbiamo pensato come fare con i figli. Il più grande frequentava la prima media, aveva tanti interessi... Abbiamo deciso di partire nel periodo delle vacanze. Quell’anno c’era il primo congresso dei gen a Rocca di Papa. I nostri due ragazzi lo erano e vi hanno partecipato. Mentre loro erano là, io da Loppiano sono andato con un pulmino a Clusone. Ho caricato tutto quello che potevo e con Maria e Barbara, la figlia più piccola, siamo approdati a Loppiano. Era la prima settimana di luglio del ’68. I figli maschi tornando da Roma in pullman sono scesi al casello di Incisa dove io li aspettavo. Fino a dicembre ci siamo sistemati in qualche modo a Tracolle, dove stavano anche Tino e la famiglia di Zaccaria. Mancava l’acqua, mancava tutto, ma almeno c’era il tetto. Lassù arrivava la corrente a 80 volt. Cosa voleva dire, alla sera, potete immaginarlo… ». Tino: «Sì, per vari mesi abbiamo vissuto a Tracolle, insieme con la famiglia Nembrini. Poi, Agnese aspettava l’ultima bambina e così pure Rina. Bisognava trovare un’abitazione più adatta oppure deciderci di andare ad abitare in paese, a Incisa. Ci siamo rivolti al guardiacaccia, che conosceva tutto e tutti. E lui un giorno dice ad Agnese che un’antica casa, la Torricella, veniva data in affitto... Era diroccata, ma era la migliore della zona come condizioni. Agnese è andata a vederla». Agnese: «Mi è sembrato di entrare in una reggia! C’era l’acqua, c’erano due bagni…! Ci siamo trasferiti lì e dopo la nascita della loro bambina sono venuti ad abitare vicino a noi Rina e Zaccaria. Con loro, più tardi, si è sistemato anche Luigi con tutta la famiglia». Tino: «C’era il pozzo dell’acqua, profondo 16 metri e con varie avventure riuscivamo a farlo funzionare. Il livello saliva e scendeva a seconda delle piogge. Non esistevano le pompe a immersione, quindi avevamo studiato una specie di zattera con le taniche del cherosene per far galleggiare la pompa. Ma se pioveva forte spesso si bloccava ed era tutta una corsa a Figline per farla riparare, con Luigi e Giommi che cercavano di rimettercela in sesto. Nella casa di Zaccaria e da Luigi non c’era l’acqua e avevamo messo un tubo volante che la faceva arrivare da casa nostra». Luigi: «Quando il tubo gelava, Maria cercava di scongelarlo con uno straccio caldo attaccato ad un bastone… Ad un certo punto l’ho fatto passare da sotto, dove c’erano le stalle, lungo il corridoio, e poi sono arrivato su in cucina, bucando il pavimento, e ho montato il rubinetto. Quando i figli sono tornati a casa e hanno aperto il rubinetto è stata una festa. C’era l’acqua! Anche dal punto di vista economico la situazione non era facile. Dovevamo fare un bel po’ di calcoli per l’affitto, il vitto… Ma c’era tanta comunione, ci si sentiva proprio una famiglia».