Chiara Lubich e i bambini di Loppiano

"Carissima Chiara..."

Per ricordare Chiara Lubich, nel giorno dell'11 anniversario della sua scomparsa, abbiamo intervistato Paola Piazza, figlia di Tino e Agnese, che si sono trasferiti nella cittadella fin dal 1967, e che a Loppiano ha vissuto tutta la sua infanzia. Che rapporto avevano questi bambini con Chiara?

«“Carissima Chiara…”, così iniziavano le numerose letterine che le ho scritto – racconta Paola – e nelle quali le raccontavo tutto, anche le cose che mi facevano arrabbiare. Per me, per noi, era come e più di una mamma». La mamma di Paola Piazza, in realtà, si chiama Agnese ma non credo che rimarrà male leggendo queste righe. Agnese e Tino si sono trasferiti a Loppiano già nel lontano 1967, perché a Tino, che aveva un’azienda edile, era stato chiesto di venire a dare una mano nella costruzione della cittadella. «Io avevo quasi 5 anni allora. Abitavamo in una casa senza acqua corrente e senza luce. I miei ci dicevano (eravamo già 4 fratelli) che presto saremmo ritornati a Bergamo, dove avremmo potuto vivere molto più comodamente. Ma noi bambini, di nascosto, andavamo in una cappellina verso Tracolle e chiedevamo a Gesù di non lasciare Loppiano».

La storia, a distanza di un’intera generazione, si ripete: «Vivevo con mio marito a Genova e lui, venendo a Loppiano per un incontro, ha sentito molto fortemente un giorno, nella Theotokos, che Gesù gli chiedeva di venire a vivere qui. Solo più tardi abbiamo scoperto che i nostri due figli avevano chiesto a Renata, scrivendolo sul libro accanto alla sua tomba, di aiutarli a realizzare il loro desiderio: abitare a Loppiano».

Ma torniamo alle numerose visite di Chiara alla cittadella.

«Per lei, noi bambini eravamo importantissimi. Ogni volta che veniva, ci invitava a casa sua o veniva lei da noi. Le facevamo tante domande e alla fine, puntualmente, consegnava un regalo a ciascuno. Un giorno, una focolarina mi disse (avrò avuto 7 anni) che non potevo entrare in sala con Chiara, né io né gli altri bambini che erano con me, perché l’incontro era per adulti. Come ci rimasi male! Ma quando Chiara arrivò, ci salutò con tanta gioia, come sempre, ci prese per mano e ci accompagnò in prima fila. Eravamo bimbi ma per lei dovevamo esserci».

A questo punto, mi sembra che Paola abbia gli occhi lucidi.

«Noi, cioè i Piazza, i Nembrini, i Balduzzi, i Bigoni… quando parliamo di quei momenti ci commuoviamo ancora, non per una malinconia nostalgica dei tempi passati, quanto per l’intensità e la profondità di quelle esperienze».

Qualche aneddoto?

«Una volta Regina, mia sorella, e Gabriele Nembrini, avranno avuto 5 o 6 anni, sono andati a casa sua, qui a Loppiano. Devi sapere che noi andavamo in giro da soli fin da piccoli, perché qui si poteva… Sapevano che c’era Chiara e volevano salutarla. Però, chi gli ha aperto la porta non li ha fatti entrare perché Chiara era occupata. Davanti a quella porta chiusa si sono domandati che fare. Tornare a casa? No, hanno deciso di aspettarla. Qualche ora più tardi, li hanno trovati entrambi addormentati nel giardino davanti a quella casa…».

Come era Loppiano quando arrivava Chiara? Che aria si respirava?

«Un’aria frizzante. In noi bambini c’era sempre una grande attesa, perché ogni visita di Chiara equivaleva a novità. Lei non solo diceva cose nuove ma faceva cose nuove. Noi tutti sapevamo che con la sua venuta qualcosa sarebbe cambiato, sarebbe nata una realtà nuova e questo ci piaceva tanto! Questa “passione” per le cose nuove che succedono nella cittadella, ce l’abbiamo ancora oggi. Che si tratti del bar o del “Progetto Giovani”, tutto ciò che nasce a Loppiano è nostro».

E nella tua vita personale, che riflesso ha avuto questo rapporto così diretto con Chiara?

«Una volta le abbiamo chiesto di indicarci una parola del Vangelo che potesse guidarci nella vita. Lei ci ha dato la Parola: “Non temere, piccolo gregge” (Lc 12,32). Questa frase mi ha sempre accompagnato. Ricordo soprattutto quando ebbi un grave incidente e dovetti stare a letto per un anno intero. Avevo già i miei due figli. Un giorno, seduta sulla sdraio, completamente senza energie, mi risuonava nel cuore questa Parola: “Non temere…”. Allora, ho detto a Gesù: “Se mi dai la forza di alzarmi da questa sdraio, ti seguirò senza fermarmi più”. E così è stato».

Questo di “seguire Gesù” è un altro leitmotiv del tuo rapporto con Chiara, vero?

«Quando avevo difficoltà, ad esempio, con la mia assistente gen, scrivevo a Chiara, e spesso la sua risposta era: “Tu segui Gesù”. Mi ha sempre affascinato quest’idea di seguirlo. Ricordo un giorno, a scuola, in cui si parlava di politica. Il professore ci aveva chiesto di che partito fossimo, e io avevo risposto candidamente quello che avevo imparato da Chiara: “Io sono del partito di Gesù”. Tutti mi avevano presa in giro, ma io non mi lasciavo intimidire. Quello che ci diceva Chiara lo sentivo dentro come una verità indiscutibile, e questo mi dava forza».

E ora?

«Ora, se guardo indietro, mi viene in mente un’altra frase che Chiara mi scrisse tanti anni fa: “Devi comporre, con la tua vita, uno splendido ricamo di luce”. Ho l’impressione che, seguendo Gesù, sia Lui a ricamare con la luce la mia vita, e sono certa che mi sorprenderà ancora».

Alla fine di questa chiacchierata, non si può non pensare a quanto il Papa ci ha detto il 10 maggio dell’anno scorso: «Quando, non dico un cristiano, ma un uomo o una donna, chiude la chiave della memoria, incomincia a morire. Per favore, memoria. Come dice l’autore della Lettera agli Ebrei: “Richiamate alla memoria quei primi giorni…”. Con questa cornice di memoria si può vivere, si può respirare, si può andare avanti, e portare frutto. Ma se tu non hai memoria… I frutti dell’albero sono possibili perché l’albero ha delle radici: non è uno sradicato. Ma se tu non hai memoria, sei uno sradicato, una sradicata, non ci saranno dei frutti. Memoria: questa è la cornice della vita».

È grazie anche alle memorie di questi bambini, piccoli abitanti dei primi anni di Loppiano, che possiamo vivere, respirare, andare avanti, e portare frutto, ancora oggi.