Piero COda

Rallegratevi ed esultate!

In occasione della festa di Tutti i Santi, abbiamo rivolto al prof. Piero Coda alcune domande sull'esortazione apostolica di Papa Francesco "Gaudete et exsultate"

Professor Coda, perché Papa Francesco torna a parlare di santità oggi, addirittura dedicandogli un’esortazione apostolica? È attuale proporre la santità come progetto di vita?

Io penso che sia attualissimo proporre la santità come progetto di vita, se capiamo bene cosa è la “santità”. La santità non è qualcosa che tocca ad una élite di supereroi, come oggi si dice. Come la presenta il Papa, è qualcosa che tocca la persona, o le persone, della porta accanto, è la santità che è stata chiamata della “classe media”. Cosa è la santità? La santità, prima di tutto, non è una nostra conquista, ma è un dono che Dio ci fa. Nel Nuovo Testamento, "santi" sono chiamati tutti coloro che scoprono l'amore di Dio in Gesù, sono da Lui salvati e si consegnano alle sue mani. Ovviamente, ricevere questo dono immenso che è il dono dell'Amore di Dio, significa trafficarlo con responsabilità, come dice Gesù nella famosa parabola dei talenti, significa trafficarlo al meglio possibile con tutte le proprie forze. Quindi, la santità è un dono e la santità è una responsabilità.

Ed  è un progetto di vita, perché significa, in fondo, cercare di diventare con l'aiuto di Dio sempre più uomini e donne secondo il progetto Suo, raggiungendo quella che poi è la nostra piena felicità. Solo la vera santità è condizione di autentica e duratura gioia.

Nell’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate” il Papa dice fra l’altro: “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente”. Quando è venuto a Loppiano, lui ci ha parlato di “hypomoné”, che ha tradotto con il “sopportare”. Puoi dirci qualcosa di più su questo atteggiamento che, a quanto pare, è garanzia di santità?

Il Papa ha sottolineato fortemente questo atteggiamento che, nella traduzione letterale della parola greca, significa "stare sotto". “Stare sotto”, cioè non essere in balia di ogni soffio di vento, di ogni cambio di situazione ma abitare, come ha detto il Papa a Loppiano, con perseveranza le situazioni belle e difficili della vita, imparare  ad abitarle, cioè a viverle con Gesù, in unità con Lui, a viverle nella comunione con gli altri, sapendo resistere, sapendo “stare sotto”.

E anche questo "stare sotto" non è il frutto di una virtù sopraffina, eroica ma è aprirsi con fiducia all’azione di Dio. È sapere che noi possiamo camminare con Lui, e che non siamo mai messi in difficoltà al di sopra delle nostre forze. Perché se non fosse così, Dio non sarebbe nostro "Abbà", padre, come ci dice Gesù. Le situazioni della vita ci provano, sono come il fuoco che prova l'oro nel crogiuolo ma per renderlo più puro e più bello. Quindi, “stare sotto”. Che poi, vuol dire, come dice Gesù, prendere la propria Croce ogni giorno e seguirlo, vuol dire guardare a Maria che sa “stare sotto” la Croce di Gesù.

Il Papa parla di “stili femminili di santità”. Pensando a Chiara Lubich, quali sono le caratteristiche di questo stile, nella sua vita?

Conoscendo Chiara anche di persona, vedendo come lei agiva e si muoveva, mi vengono in mente tre caratteristiche di questo stile "femminile", che poi va bene anche per noi uomini: la bellezza, la maternità e la fortezza. Prima di tutto la bellezza. La santità è qualcosa che irradia luce, di fronte alla quale si può dire: che bello! Ecco, Chiara ci testimoniava il Vangelo nella sua integrità, come bellezza. E poi, la maternità. La maternità è uno dei doni più belli che può ricevere un'anima, la maternità spirituale è uno stile in cui non bisogna essere in gamba per gestire le situazioni ma bisogna "gestarle", cioè bisogna generare la vita, la maternità genera vita, la santità genera vita. E poi la fortezza. La fortezza che si esprime nel Magnificat. Maria che depose i potenti dai troni, innalza i deboli, rimanda a mani vuote i ricchi e riempie di beni i poveri. La fortezza di chi sa fare del Vangelo, un principio di trasformazione della vita sociale, politica, economica e culturale. Tutt’altro che una cosa eterea, tra le nuvole.

Nell’esortazione apostolica Gaudete et exultate, Papa Francesco scrive: “Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto”. Quest’affermazione ci ha sorpreso. Che rapporto c’è, allora, fra santità e perfezione?

La santità non è perfezione, nel senso di una persona che non sbaglia mai, che ha sempre la parola giusta al momento giusto, che non deve mai ricredersi o pentirsi. La santità è la costanza in un cammino di crescita dove l'attore principale è Dio. Un cammino in cui dobbiamo sempre riconoscere il contesto storico e culturale, i limiti umani, nel quale le difficoltà, i peccati che segnano la nostra esistenza, sono integrati in questo cammino di crescita. Alcune volte, come dice il Papa nella sua lettera sulla santità, l'umiltà si impara solamente attraverso le umiliazioni. Ecco, questo vuol dire: sapersi umiliare sotto la potente mano di Dio. Come dice la scrittura, imparare l'umiltà. Quindi, non puntare alla perfezione ma puntare all'azione di Dio dentro di noi.

“Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita” scrive ancora Papa Francesco. Cosa diresti a un giovane che cerca di riconoscere quella parola?

Gli direi quattro verbi in cui si può esprimere questa scoperta e questa fedeltà progressiva alla “parola” che dice la nostra vocazione. Il primo è “sperimentare”. Cioè, sperimentare l'amore di Dio. Sperimentare che il Tutto della nostra vita è riconoscersi guardati dall'amore di Dio. La seconda parola è “fidarsi” o “affidarsi”. Cioè, credere a questo amore e  consegnare a Dio  la propria vita, qualunque sia la strada che Lui ci chiede di percorrere. Perché quello che Lui vuole per noi è sempre più grande e più bello di quello che noi pensiamo di poter volere per noi. Terzo: “rischiare”. Cioè, non accontentarsi dei mezzi risultati, non accontentarsi del quieto vivere ma andare sempre al di là, cercare sempre il di più. Quindi, rischiare continuamente ogni risultato raggiunto per aprirsi a qualcosa di più grande. E, infine, “perseverare”. Cioè, anche nei momenti difficili, continuare sulla strada sempre senza pentirsi, come quando si va in montagna e si cammina a lungo, con difficoltà. Alcune volte, il sole scompare dietro le nubi o le vette delle montagne ma solo continuando a camminare si raggiunge finalmente la vetta, dove si contempla il sole, il cielo azzurro e lo splendore dei ghiacciai.

C’è un altro tema comune tra l’esortazione apostolica e il discorso che il Papa ci ha rivolto qui a Loppiano, quello dell’importanza dell’umorismo. A noi ha detto che è l’atteggiamento umano che più si avvicina alla grazia di Dio. Nell’esortazione lo definisce una delle caratteristiche della santità nel mondo attuale. Lei che ne pensa? Perché è così importante?

È molto forte quest'affermazione che Papa Francesco riprende anche da alcuni santi: perché? Perché l'umorismo è qualcosa di gratuito. Quando si fa una battuta, oppure un gesto carico di umorismo lo si fa gratuitamente, per aprire un varco di luce, un varco di amore, di condivisione, nelle trame della nostra esistenza. Ed è una caratteristica della santità nel mondo attuale, perché avere umorismo significa avere senso della misura, non prendersi troppo sul serio, sapere che Dio è più grande del nostro cuore, e quindi che non tutto dipende da noi. Non tutto dipende dalla riuscita di quello che facciamo ma ci sono tanti altri intorno a noi, soprattutto c'è la presenza di Dio, che porta molto più in là di quanto noi possiamo desiderare e pensare, ciò che spinge il nostro cuore a camminare. In fondo, nell'umorismo vero si mostra la santità perché solo chi fa umorismo vero mostra in atto di essere in Dio.