Monsignor Fausto Trįvez

Una vita per portare Gesł al mondo

Mons. Fausto Gabriel Trįvez Trįvez, arcivescovo emerito di Quito (Ecuador) vive a Loppiano da quasi un mese e mezzo e si fermerą fino alla fine di marzo. Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerlo meglio. Non succede tutti i giorni che ci sia un vescovo tra gli abitanti della cittadella!

«Sono nato vicino a Latacunga, nella Provincia del Cotopaxi, uno dei numerosi vulcani dell’Ecuador» esordisce Mons. Fausto con quello spagnolo colorito, tipico del suo paese. «Mai avrei immaginato che la Chiesa potesse pensare a me per diventare vescovo, eppure nel 2003 sono stato inviato come Vicario Apostolico in una zona meridionale, una delle province che compongono la regione amazzonica dell’Ecuador: Zamora Chinchipe. Pensavo che sarei rimasto lì chissà per quanto tempo, invece dopo appena 5 anni mi sono trasferito a Babahoyo, sulla costa. Dopo appena 2 anni e 5 mesi, sono stato nominato Arcivescovo di Quito, la capitale».

Mons. Fausto è rimasto a Quito per 9 anni, durante i quali ha cercato di creare un vero rapporto di fraternità tra i presbiteri. «Ho lavorato molto anche per il seminario. Quando sono arrivato c’erano 22 seminaristi. Alla mia partenza erano il doppio. Ma soprattutto ho cercato di migliorare la qualità della formazione dei giovani che si preparano al sacerdozio».

Facciamo un salto indietro nel tempo. È l’8 settembre 1960 e il giovane Fausto diviene novizio francescano. L’ultimo anno di teologia lo frequenta a Bogotà, in Colombia. È lì che viene invitato ad un incontro di giovani. «Mi ha sempre affascinato la pastorale giovanile, quindi accettai volentieri quella proposta. Appena iniziò l’incontro, però, pensai: “Qui non imparerò nulla”. C’era però una signora italiana, Anna Sorlini (che ora vive a Loppiano ndr.) che attirò la mia attenzione. Ricordo che ascoltandola rimasi senza argomenti: lei parlava di Vangelo puro. Più tardi scoprii che era una focolarina».

È così che pochi mesi dopo, troviamo il giovane Fausto nella nascente cittadella di O’Higgins, in Argentina, dove ebbe la possibilità di conoscere meglio lo spirito del Movimento.

«Alcuni dei miei professori, in seminario, mi dicevano che prima di prendere la decisione di farsi prete, bisognava pensarci bene, tanto che io ero dell’idea di rimandare di un anno la mia ordinazione. Anna, invece, mi disse che bisognava ascoltare bene “quella voce”, la voce di Dio che mi aveva chiamato. Era diverso. Cercai di farlo e decisi, con gioia, di ordinarmi al più presto, il 12 dicembre 1970».

Da allora P. Fausto vive il suo sacerdozio seguendo una bussola: la spiritualità dell’unità. «Mi affascinava soprattutto l’idea di essere un’altra Maria per dare Gesù al mondo, come avevo sentito dire da Chiara Lubich».

Alcuni anni dopo, si apre per P. Fausto la possibilità di partecipare alla Scuola sacerdotale che allora aveva sede a Frascati. «Sono passati già 44 anni da allora, ma quell’esperienza ha segnato per sempre la mia vita. La semplicità, il lavoro manuale, le cose della casa fatte per amore a quel “Gesù” che viveva con me nella scuola, tutto mi ha insegnato cosa vuol dire amare fino a dare la vita».

E ora, dopo aver presentato al Papa la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Quito per raggiunti limiti di età, ha chiesto di venire a Loppiano «per rivivere quell’esperienza».

«Arrivando qui ho visto subito che tante cose sono cambiate. Ora tutto è moderno, diverso. Mi sono sentito un po’ spiazzato… La frase di un altro sacerdote che vive qui, colombiano, mi ha aiutato: “La scuola è sempre la stessa. È un’esperienza di Dio”».

Mons. Fausto avrebbe tantissime cose da raccontarci, ma prima di concludere la nostra chiacchierata, gli chiediamo un suo pensiero riguardo il Sinodo per l’Amazzonia che si è appena concluso: «Tutti lo sappiamo. Chiara ha anticipato tante cose nella Chiesa, per esempio il Vaticano II. Io direi che ha anticipato anche questo Sinodo. Ho parlato con alcuni dei padri sinodali ecuadoriani. Mi hanno detto: “Dobbiamo disimparare. Abbiamo fatto tante cose per l’Amazzonia, ma ora dobbiamo fare quella più importante: portare Gesù”. Ho subito pensato a quello che Chiara mi aveva insegnato tanti anni fa: essere un’altra Maria per portare Gesù al mondo. Insomma, era la stessa conversione che io avevo sentito di dover fare 44 anni fa, quando ero alla scuola sacerdotale».

Prima di lasciarci, ancora uno sguardo indietro: «Tutti i focolarini e le focolarine che ho conosciuto, da Anna Sorlini in poi, non avevano progetti propri, si sono lasciati portare da Dio. Anche qui a Loppiano trovo tutte persone convinte, che seguono solo la volontà di Dio e null’altro».