28.06.1946 – 28.03.1968 – Focolarino
“Divenuto perfetto in breve tempo, compì le opere di una lunga vita” (Sap.4,13)

Nato a Novara, secondo fra due sorelline, aveva due anni quando la famiglia si trasferì in Uruguay. A 17 anni la famiglia ritornò in Italia e Aurelio, per circa un anno restò solo a Montevideo per continuare gli studi. Conobbe la povertà ma non la fece mai pesare ai suoi. Fu durante quest’anno che incontrò i focolarini, venuti a parlare nel pensionato dove alloggiava. L’ideale dell’unità lo conquistò completamente e da allora tutta la sua vita fu una corsa in questa avventura. Avvertita la chiamata a seguire Gesù, scriveva ad un amico che gli annunciava il suo matrimonio: “Grazie delle tue notizie. Anch’io ho una notizia tanto bella, un passo della mia vita molto importante. Fra pochi giorni vado a Loppiano, alla scuola internazionale del Movimento dei Focolari, lasciando tutto per trovare il Tutto, Dio, per consacrarmi a Lui per tutta la vita…”

Arrivò a Loppiano nel novembre ’65, a soli 19 anni. Poco prima aveva scritto a Chiara: “Nonostante tutte le mie piccolezze un po’ di Lui è sceso nella mia anima e mi ha scelto per seguirlo lasciando ogni cosa, ogni affetto, diventando povero di tutto per avere e amare Lui e solo Lui. Sono ancora tanto giovane, ho appena 19 anni e mi veniva nell’anima di pensare agli anni che ho davanti, non so quanti, ma sentivo in modo talmente nuovo che dovevo vivere ogni attimo come se fosse stato l’ultimo della mia vita, con tutta l’anima e con tutte le forze. Sentivo che l’unica cosa che dovevo fare era vivere l’Ideale e basta!”.

A Loppiano lavorò come tutti e più di tutti, alle strade, in cucina, dette lezioni private. E fece tutto bene. Sempre tutti erano edificati dal suo modo di agire, di lavorare, di buttarsi in ciò che la volontà di Dio gli chiedeva nell’attimo presente. Gli si affidò di ordinare il lavoro dei tessuti. Organizzò tutto il settore della cernita dei ritagli e rese più efficiente il lavoro  servendosi di un nastro scorrevole che rendeva il lavoro più spedito e proficuo. Prima di incontrare un commerciante o un industriale si preparava e preparava chi l’accompagnava a preoccuparsi solo di amare. “Ma come fai a muoverti così in quell’ambiente, tu che non te ne intendi?”, gli chiese un giorno un focolarino. “Non lo so – rispose semplicemente – ma … basta amare”.

Ad un’intervista fatta dalla radio austriaca rispondeva: “Qui il nostro lavoro è organizzato in piccoli gruppi di quattro persone ciascuno. In questi gruppi cerchiamo di avere il più possibile tra di noi l’amore scambievole così che ogni pezzo di straccio che noi lavoriamo è proprio un atto di amore. Prima di cominciare il lavoro ogni giorno ci mettiamo insieme e ci dichiariamo l’amore scambievole… così si esprime anche nel lavoro pratico. Abbiamo visto giorno per giorno che, tanto in quanto ci vogliamo bene, il lavoro va avanti  e anche si produce quello di cui c’è bisogno, sempre in proporzione all’amore che c’è. E così alla fine della giornata anche se siamo stanchi rimane in noi soltanto quanto ci siamo amati.”

Al suo papà, raccontando qualcosa di quello che si fa a Loppiano, scriveva: “Qui stiamo tutti tanto bene; lavoriamo sempre e studiamo, e ogni cosa è fatta per Dio. Allora la giornata passa tanto velocemente e alla sera andiamo a letto stanchi ma tanto contenti, con una gioia immensa nell’anima siccome abbiamo cercato di amarci come Gesù ci ha amati, pronti a morire l’uno per l’altro, anche se questo tante volte costa, perché è un morire continuo.”

Dopo una visita di Chiara a Loppiano le scrive: “Carissima Chiara, stasera siccome sapevamo che partivi per Roma volevamo farti un dono; abbiamo cercato qualcosa in focolare, nei nostri cassetti, qualcosa di nostro e ci siamo accorti che non avevamo niente. Ma guardandoci in faccia abbiamo capito! Avevamo noi stessi, la nostra vita da darti. Ci siamo detti che Dio quel che più desidera è che gli offriamo tutti noi stessi, non solo le nostre gioie, ma soprattutto le nostre piccolezze, le nostre debolezze. Ci è sembrato di capire che attraverso di te questo dono poteva arrivare più in fretta in cielo…”.

Questa lettera, iniziata e non finita, fu trovata nel portafoglio di Aurelio quando, investito da un camion, fu ricoverato in coma all’ospedale di Prato. Chiara, dopo averla letta, mentre Aurelio era in attesa di passare all’altra vita, sentì che doveva fare lei la sua parte e offrì subito a Dio la vita di Aurelio. Poi, dando la notizia ai focolarini dell’improvvisa morte seguita all’incidente, scrisse: “Aurelio è e resterà il vero frutto di Loppiano. Le sue lettere dicono l’ascesi spirituale di questi tre anni di vita di focolare. E Dio lo colse e lo seminò proprio a Loppiano. E nulla è a caso, perché Loppiano – la città dei giovani focolarini – non poteva avere un monumento più indicato”.

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