Il 30 agosto 2019, in una delle ultime soleggiate giornate estive, ci ha lasciati Albert Dreston, professore, teologo, focolarino e protagonista, per generazioni, anche del calcio di Loppiano, la cittadella internazionale dei Focolari in Italia dove ha vissuto per 52 anni.

 

Chi era Albert?
Albert ha vissuto a Loppiano per 52 anni, dal 1967. Come insegnante di Sacra Scrittura è stato apprezzato dalle migliaia di giovani passati in questi anni dalle scuole di formazione della cittadella. Aveva intessuto tanti legami con il territorio e con molte famiglie di varie località del Valdarno. Era un appassionato giocatore e animatore di partite di calcio.
Coltivava anche un’altra passione, quella per l’elettronica. Nel tempo ha aiutato tanti a familiarizzare con la materia, anche i due complessi del Gen Rosso e del Gen Verde. Ma Albert è stato soprattutto amico generoso, schietto e libero di tantissime persone…

La sua vita, fin dai primi anni, è stata tutt’altro che facile. Nato a Castrop-Rauxel, in Renania (Germania) il 3 febbraio del 1939, perde il papà durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’assedio di Stalingrado. Ma è proprio in questo momento dolorosissimo che Albert fa la prima, grande scoperta di Dio. Racconta: «Avevo 6 anni quando mio papà morì al fronte. Con la sua morte crollò tutto, tutto il mio mondo di allora. Ma poi, all’improvviso, sentii una forza e una voce dentro di me, come se Dio mi dicesse: “Non sei orfano, sono io tuo padre!” E mi venne spontaneo rispondere: “Papà, babbo mio!”». Da allora, Albert non si è più sentito solo.
Più tardi, durante un viaggio in Terra Santa, rimane colpito nel vedere una bambina correre dietro a suo padre e gridare “Abba, Abba, Abba!”. Da allora anche Albert comincia a chiamare così Dio: Abba (non “Abbà”, come nell’aramaico, la lingua di Gesù, ma “Abba”, come lo pronunciava la bambina ebrea). Questa esperienza segna tutta la sua vita e anche il suo approccio teologico: “siamo liberi figli di un Dio, un padre, un papà, che ci ama immensamente”.
Intorno ai 18 anni, mentre si trovava a Münster, nel collegio dove frequentava il liceo, gli viene asportato un rene, e sembra che non possa vivere a lungo. È di questo periodo il suo primo incontro con il focolare: «Un giorno, sono venuti dei focolarini a dare la loro testimonianza. Erano Aldo Stedile (Fons), Giulio Marchesi e qualche altro, e ci hanno parlato di alcune signorine a Trento, e di Chiara, che vivevano con Gesù in mezzo, frutto dell’amore reciproco: ricordo che sono rimasto colpito da questa possibilità di vivere con Gesù in mezzo. Io che dovevo andare in Paradiso presto, potevo già vivere con Lui. La novità era proprio questa: l’amore scambievole. Cercavo già di amare Dio e il prossimo, però per me è stata questa la novità: vivere l’amore scambievole. Il nuovo comandamento non è “amate il prossimo” ma “amatevi l’uno l’altro”, questa veramente è la novità che Gesù porta, la rivelazione che Dio ci ama e in sé è amore». Nel 1958, gli viene accordato da Chiara di entrare in focolare.

«Nel ’59 , per due mesi  – racconta Albert – partecipai alla Mariapoli di Fiera di Primiero». Risalgono a questo periodo alcune lettere che Albert scrisse a Chiara Lubich, che, nel frattempo pregava per la sua guarigione. Si legge in una lettera del 1959: «Spesso, specialmente quando sentivo la mia debolezza, vedevo che la mia malattia, la mia sofferenza erano una ricchezza, che avevo almeno una cosa che potevo donare a Dio… e offro la mia vita per l’Ut Omnes». E ancora, nel 1960: «In Mariapoli, tornava la speranza di guarire e anche la volontà. Perché dopo il Patto, nasceva nella mia anima un nuovo grande desiderio di andare di là e aiutare per il trionfo dell’Immacolato Cuore di Maria. E questo mi dava la forza di riposare e curarmi bene, anche se non era sempre facile, pensando che c’è tanto bisogno di Dio nel mondo e tanto da fare…».

Albert fu anche un testimone diretto della nascita di Loppiano. Infatti, per vari mesi, visse in focolare con don Pasquale Foresi. Ricorda a tal proposito: «Ero con lui proprio quando è venuta fuori l’idea di Loppiano. Dovevano vendere il terreno e don Pasquale dice: “andiamo a vedere, va là, potrebbe nascere quella cittadella che Chiara aveva sognato, una Mariapoli non solo per le vacanze ma permanente”. E così, è nata Loppiano!».
Anche Albert viene coinvolto da vicino nel fermento del sogno della cittadella: «Bisognava trovare gli insegnanti, professori che venissero ad insegnare qui. E non era facile trovare sacerdoti e religiosi liberi. Alla fine, gli è venuta l’idea: perché non facciamo studiare dei focolarini? Io stavo già frequentando la Lateranense e don Foresi mi dice: “Tu finisci la Teologia e poi vai al Biblico e ti specializzi in Antico Testamento”; e io dico: “il Nuovo”… “No, no” – insiste lui –  “l’Antico”. Per questo dico sempre che mi hanno chiesto gentilmente, non se volevo farlo, ma di farlo». E quando raccontava questo sorrideva sempre, spiegando che era stato importante per lui questo studio, perché aveva scoperto che il Dio dell’Antico Testamento era lo stesso del Nuovo, ma “rivelato” da Gesù in maniera completa.

Albert

Albert non ha pubblicato molto (alcuni articoli e un libro sul profeta Geremia) ma preferiva affidare alla poesia, a una poetica orante, i pensieri che gli nascevano dagli studi dell’Antico Testamento, pieni di sapienza. Nell’ultimo periodo della sua vita, li andava riscoprendo e ne faceva dono ai suoi amici.  Questa che segue è stata letta il giorno del suo funerale, e sembra raccontarlo più di altre.

Vita di Meraviglie (17 luglio 2000 – ore 23,30)

Ama Dio

con tutto il cuore, con tutta l’anima,
con tutta la mente, con tutte le forze!

Così dice l’Evangelo dell’Antico Testamento…
così riprende l’Evangelo
del Nuovo Testamento…

Ma quando morirò
potrò amarti – forse! –
con la mia anima,
e con la mia mente,
e con il mio ‘cuore’
(in senso biblico,
cioè con tutto il mio essere)

Ma non potrò più amarti
con tutte le mie forze

-E soprattutto – con tutte le mie “non forze” –
e con tutte le mie “spinte”
(i cosiddetti  ‘istinti’),
con tutte le mie preoccupazioni,
tristezze, lacrime, e tribolazioni!

Con tutte le mie aspirazioni
e delusioni.

Con tutte le mie speranze
e tutti i miei fallimenti!

Con tutti  i miei (buoni) propositi
e tutti i miei fiaschi!

Con tutte le mie lacrime
e con tutte le mie risate!

Con tutte le mie sofferenze e tristezze
e con tutte le mie gioie!

Con tutta quella “infinità” di sfumature
legate al corpo materiale
e a tutti i suoi cambiamenti
e “sconvolgimenti”…

Quindi voglio amarti in q u e s t a vita
con tutta quella varietà
e molteplicità di sfumature
che potrò avere
solo in questa vita
così “stretta” e “misera”
(a sentire certi ‘maestri’)…!!!

Non solo con tutta l’anima
e tutta la mente,
ma anche con tutto il cuore
– cioè tutto il mio essere
“ora qui!” –
Con tutte le mie forze,
con tutte le mie spinte
– l’istinto di conservazione, di affermazione, di sessualità –
di cui Tu ci hai donati e forniti!

Poi allora scoprirò,
e vedrò,
e vivrò
tutta la miriade di sfumature
– inimmaginabile in questa vita –
di amore, donazione, pienezza,
beatitudine, “ebbrezza”
con Te!
per sempre!
Per l’eternità!

Pienezza di vita
senza le ombre della morte
di questa vita…

Speranze morte e sepolte
risuscitate e fiorite in certezze
eterne e intramontabili.

Sofferenze tramutate in tesori
lacrime trasfigurate
in diamanti di luce…

Aspirazioni ed aneliti
struggenti
sbocciati in compimenti
impensabili…

Ah! Come vorrei – ora –
che questa vita,
così strana
così meravigliosa,
fosse un canto d’amore
al Tuo Amore!…

Un canto fatto di note meravigliose
e di dissonanze di note stonate;
di cieli sereni
e di tempeste turbinose;
di conquiste meravigliose
e di fallimenti cocenti:

C a n t o  d’A m o r e
sempre
ovunque
comunque!…

Come il Tuo Figlio!…

Finché ci è data la possibilità
di questa vita
meravigliosamente normale!
Normalmente meravigliosa!…

Che neanche gli angeli
se la possono sognare…

Albert e il calcio

Infine, non si può parlare di Albert Dreston senza parlare della sua passione per il calcio. Andrea Cardinali, a nome di tutto il gruppo sportivo, il giorno del suo funerale, lo ricorda così:

… Potremmo mettere insieme treni interi di sportivi e persone comuni di ogni parte del mondo che, avendo giocato almeno una partita con lui, ne ricorderebbero il temperamento, la dedizione, il famoso rinvio di punta da fondo campo, il cappellino da pescatore four seasons, la maglia di lana e il pantalone lungo a metà luglio. Il tempismo e il senso della posizione lo hanno contraddistinto in tutte le epoche calcistiche vissute. Il calcio forse cambiava, lui no.
In un’unica partita era capace di fare l’allenatore, l’arbitro, il guardalinee, il libero e soprattutto il direttore sportivo… perché prima di tutto c’erano da fare le squadre, e lui, un paio di difensori forti (che fossero africani, brasiliani o asiatici) riusciva a prenderseli sempre. Capitano leggendario.
A un certo punto qualcuno si domandava se potesse giocare ancora, se alla tenera età dei 75 suonati non fosse arrivato il momento di fare una bella partita d’addio, appendere le scarpette al chiodo e chiudere in bellezza questa storia. Qualcuno aveva il coraggio di sussurrarglielo con rispetto. Ingenui tutti noi che ci abbiamo provato.
Tu, Albert, con testarda coerenza rispondevi: «Io passerò direttamente dal campo sportivo al camposanto».
Non a caso te ne sei andato di venerdì. Come al solito, tempismo perfetto: per le ultime convocazioni prima del sabato, per fare le squadre e continuare a rinviare dal fondo… tra i campi Elisi.
Buon paradiso calcistico Albert!
I tuoi compagni e amici di squadra


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