Haifa Alsakkaf è italo-yemenita, musulmana e vive a Firenze. Dopo una lunghissima esperienza nel campo dell’educazione della lingua araba ha incontrato Loppiano e l’Istituto Universitario Sophia.

Parla lentamente scandendo bene le parole, con un’appena percettibile aspirazione toscana. Haifa racconta di essere nata e cresciuta in Yemen, il suo “paese meraviglioso”, dilaniato da una guerra che dura da più di sette anni. Nel 1994, quando è arrivata in Italia, a Firenze, aveva 22 anni e una laurea in Tecniche di Laboratorio Biomedico e Biologia. Suo marito, Mohammed, aveva studiato medicina nella città fiorentina e, insieme, avevano deciso di stabilirsi lì. «Quando sono arrivata, la migrazione era una cosa molto recente, le famiglie come la nostra erano pochissime, per lo più arrivavano uomini adulti in cerca di lavoro – racconta – tuttavia, si cominciava già a sentire una certa dualità tra cultura d’origine e cultura italiana…». Cresciuti i figli, Haifa si inserisce nel mondo del lavoro come insegnante di scienze in una scuola cattolica. «Lì, ho visto il valore dello scambio interculturale, del contatto tra varie culture e religioni. Ho capito l’importanza che poteva avere lo studio della lingua madre, nel nostro caso l’arabo, per le seconde generazioni. Sia per la loro identità, sia per i rapporti familiari e la comprensione anche culturale tra genitori e figli».

È così che, nel 2001, nasce la scuola di arabo Al Shuruk, la scuola della Comunità Islamica di Firenze, che trova la sua prima sede nel Centro Internazionale Giorgio La Pira. Nel 2013, si trasferisce in una sede pubblica, la Scuola Cairoli, in via della Colonna (Fi). Seppur nata per i bambini della comunità, oggi è aperta a tutti. «Chi vuole imparare la lingua e la cultura araba è il benvenuto; – spiega Haifa – parallelamente a questo, perché l’intercultura va nei due sensi, abbiamo affiancato l’insegnamento della lingua italiana per le nostre mamme, che sono i soggetti che hanno più difficoltà ad imparare l’italiano e, di conseguenza, quelle che rischiano di integrarsi di meno».

Con il passare del tempo, Haifa matura il desiderio di mettere a frutto la sua esperienza di insegnamento dell’arabo in contesti multiculturali… E il suo sogno si concretizza incontrando l’Istituto Universitario Sophia. «Grazie agli amici del Centro La Pira ho frequentato Sophia, ho visto che lì si vive davvero l’intercultura, che è un arricchimento per tutti. Gli studenti che provengono da vari luoghi del mondo vivono in un contesto condiviso, ognuno con la propria identità, la propria cultura, la propria religione. Senza omologazione. Da qui nasce l’idea del dottorato in scienze sociali, nel campo della pedagogia interculturale…». Il titolo – “Lingua materna e pluralismo linguistico, apprendimento della lingua madre negli alunni arabofoni di seconda generazione nella realtà toscana” – è un po’ lungo, ammette Haifa, ma esprime l’importanza, dal punto di vista pedagogico, sociale e identitario, quindi anche psicologico, dell’apprendimento della lingua madre. «Aiuta a conoscere se stessi, – riassume – comprendere da dove si viene e, poi, ridare tutta questa ricchezza alla società italiana».

Domenica 26 settembre ricorre la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si intitola: “Verso un noi, sempre più grande“. Avendo di fronte Haifa la domanda sorge spontanea: cosa può fare l’educazione perché questo “noi” sia sempre più inclusivo e aperto?

«L’educazione è tutto! – risponde con forza – L’educazione è il punto di partenza. Educazione, nel senso di far conoscere, insegnare le varie culture, non solo la lingua o la storia. Nella scuola italiana già si fa moltissimo nel senso di accogliere le persone, di inserirle nel contesto italiano. Ma manca ancora lo scambio, la reciprocità. Non c’è la prospettiva di dire: benissimo, diamo la lingua e la cultura ma apprendiamo anche, cerchiamo anche di conoscere la cultura dell’altro».

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