“Renata Borlone, icona di un Carisma” è il titolo della giornata di studio, riflessione e preghiera che si svolgerà a Loppiano domenica 13 febbraio, e dedicata alla vita di una delle più strette collaboratrici di Chiara Lubich, che ha speso nella cittadella toscana tanti anni della sua vita.

 

di Francesco Chatel

Chiara Lubich e Renata Borlone: figure di donne straordinarie, entrambe dichiarate “serve di Dio”, le cui vicende si sono intrecciate nell’arco del secolo scorso e il cui esempio permane attraente e di sprone non solo per chi le ha conosciute ma anche per le nuove generazioni. Questa giornata avrebbe dovuto tenersi nel 2020, per celebrare due cifre “tonde”: cent’anni dalla nascita della Lubich e trenta dalla morte della Borlone. A causa della pandemia non era stato possibile, ma gli organizzatori hanno saputo tener vivi i valori sottostanti la celebrazione mancata e ce li ripropongono ora con gli stessi orizzonti di allora.

Chiara Lubich è la persona scelta da Dio per offrire alla Chiesa e al mondo il carisma dell’unità, quanto mai necessario oggi in una società sempre più frastagliata e in tensione. Ma un dono di Dio si manifesta pienamente attraverso le persone che nel tempo lo incarnano nel presente e lo proiettano nel futuro, per incamminarsi insieme nella costruzione di un mondo più unito di cui Loppiano vorrebbe essere un bozzetto. Tra chi ha vissuto in pienezza il carisma dell’unità è spontaneo guardare a Renata che lo ha accolto in maniera tale da diventarne un’immagine viva, una “icona” che ha irradiato carità attorno a sé durante la vita e lo fa anche oggi con quanti la incontrano nella cappella del Santuario dove è custodito il suo corpo.

Qui attiro l’attenzione su un aspetto che occhieggia da una frase di Renata riportata pure nell’invito per il 13 febbraio: «sono nella tua voragine di luce». Certamente tale forte espressione, di carattere mistico, sarà approfondita dai relatori, ma una realtà balza subito agli occhi: la partecipazione di Renata, alla luce che scaturisce dal Carisma, è di un coinvolgimento totale. Lo testimonia la fitta corrispondenza con la fondatrice: «Le tue parole — le scrive nel ‘69 — deposte in noi sono come il principio vitale»; «niente è più vicino all’albero della radice — aggiunge 4 anni dopo — tutto parte da te». Renata vede in Chiara colei che «fa conoscere Gesù, Luce per ogni uomo che viene in questo mondo — tanto da desiderare — che vengano presto filosofi, teologi, scienziati che possano bere a questa fonte».

L’incontro con Dio-Amore, che si manifesta nella massima misura con l’abbandono vissuto dal Figlio sulla croce, condiviso tra loro, le fa negli anni più unite che mai, partecipando pure l’una alla sofferenza dell’altra. Questo porterà Renata, nel periodo precedente alla sua dipartita, a promettere a Chiara di custodire il dono di Dio, testimoniando «che la morte è Resurrezione, è vita, è gioia». Espressione che acquisterà piena consistenza quando Renata incontrerà Chiara pochi giorni prima della sua partenza e le ripeterà con decisione di sentirsi pienamente coinvolta nell’esperienza mistica sperimentata dalla Lubich nel ‘49-50, caratterizzante tutto il suo percorso: «essere come in una voragine infinita…in paradiso». «Chiara mi ha detto di non uscire mai, di esserci in questa voragine!» e per questo Renata può testimoniare: «Non sento la morte, sento la vita. La vita, tutta la vita che lei mi ha dato, ma nelle più intime fibre del mio essere…».

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