I vescovi del Mediterraneo si sono interrogati a Firenze sul ruolo delle comunità dei credenti nella vita odierna della città. Le indicazioni del prof. Possieri e del rettore di Sophia, prof. Argiolas. Una stimolante verifica anche per Loppiano.

 

Il tema dei diritti e dei doveri delle comunità di ispirazione religiosa presenti nella città è stato al centro della riflessione dei vescovi del Mediterraneo, riuniti a Firenze dal 23 al 27 febbraio scorsi. Istruttive le indicazioni emerse, che possono costituire un’occasione di verifica anche per Loppiano.

Incominciamo dai diritti. Il primo dei quali, per Andrea Possieri, docente di Storia contemporanea all’Università di Perugia, è «il diritto alla fraternità e all’amicizia sociale». Spiega: «Viviamo in un mondo interconnesso e interdipendente, che, da un lato, favorisce sia l’incontro digitale-globale tra le persone, che i flussi migratori in ogni latitudine, e, dall’altro, però facilita la nascita di gruppi umani ristretti, culturalmente selezionati, che non si aprono all’esterno e che portano alla creazione di circuiti sociali chiusi e autoreferenziali: religiosi, culturali, etnici». E aggiunge: «La pandemia ha aumentato la divisione sociale anche all’interno delle comunità religiose».

Il secondo diritto è quello alla libertà religiosa. «Diritto fondamentale – spiega il docente – perché legato anche all’esercizio della cittadinanza attiva nel Paese in cui si vive». Tale diritto è leso in un terzo dei Paesi della Terra e ne sono privati 646 milioni di cristiani. Terzo è il diritto alla pace. Possieri denuncia la «strumentalizzazione delle religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco». Le comunità religiose, pertanto, sono «chiamate a sviluppare processi di pace». Il professore evidenzia tre percorsi: «ricostruire il dialogo tra le generazioni»; «favorire l’educazione come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo»; «promuovere il lavoro per la piena realizzazione della dignità umana».

E veniamo ai doveri delle comunità dei credenti. Davanti alle povertà, il prof. Giuseppe Argiolas, rettore di Sophia, indica il dovere di toccare. «“Toccare” significa compromettersi, non solo “pensare”, ma “sentire” per essere capaci di “agire” per “sollevare”». E precisa: «Il Papa ci ricorda che “sapere” qualcosa è condizione necessaria ma non sufficiente per agire. Sapere e non fare equivale a non sapere affatto». Dunque, «“Toccare” le varie forme di povertà materiale, relazionale, esistenziale, culturale, per affrontarle. Siamo chiamati ad attivare la solidarietà e la comunione».

Camminare insieme è il secondo dovere di una comunità religiosa. «La relazione è essenziale al perseguimento di un obiettivo comune», afferma il rettore di Sophia, che cita Aristotele: «Due che marciano insieme hanno una capacità maggiore sia di pensare sia di agire». Commenta: «Nel marciare insieme nasce e cresce un’intelligenza capace di andare incontro alle specifiche esigenze della propria città, praticando la solidarietà».

Ma come garantire il “cammino comune”?, si chiede il rettore. Le comunità religiose sono chiamate a basarsi su un patto. E «il primo contenuto del patto è la fraternità», facendo riferimento al Documento sulla fratellanza umana firmato dal Papa e dal Grande Imam di Al-Azhar ad Abu Dhabi, che precisa lo scopo del patto: «Cooperare tra di noi e vivere come fratelli che si amano». Un patto e un processo che hanno bisogno di solidità e che Argiolas fonda su «un patto educativo globale, che metta al centro la fratellanza umana e faccia del dialogo tra tutti il metodo per avanzare». In modo da «offrire alle nuove generazioni una “educazione permanente”, urgenza del presente per “sognare” il futuro “con i piedi per terra”».

Su tali diritti e doveri è maturata la riflessione dei vescovi, cui si è aggiunto a Firenze l’approfondimento dei sindaci delle città del Mediterraneo, convenuti nel capoluogo toscano. Le conclusioni di entrambi hanno generato la Carta di Firenze  per un inedito e forte impegno comune.

Come suona tutto questo per Loppiano? Diritti e doveri così familiari, che potrebbero far dire agli abitanti un rasserenante «Ci siamo!», inibendo una verifica dei doveri. Possono invece costituire, quelle indicazioni, un’opportunità per accertare come è attuato il carisma dell’unità e come viene attualizzato oggi. È così vivo il dovere di “toccare”? E quello di camminare insieme, anche con il territorio circostante? Ed è presente, pur con la ricchezza delle diverse scuole presenti nella cittadella, il patto educativo globale?

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