La mostra “Gli acquerelli di Lois Irsara”

Dal 22 agosto al 7 settembre 2025, l’Auditorium di Loppiano ospita la mostra degli acquerelli dell’artista ladino Lois Irsara (Cialaruns de Badia, 1923 – 2014). L’esposizione è curata dal maestro Gianni Antoniol. L’ingresso è gratuito. L’inaugurazione avrà luogo venerdì 22 agosto alle 17:00, presso la Galleria dell’Auditorium.
«Amo la libertà. È importante sentirsi liberi, ma è importante anche ascoltare “quella voce” che ti guida dall’interno, ti indica la via, suggerendoti talvolta i passi da fare e le scelte più opportune. E “quella voce” non sbaglia mai, se sei fedele, se le presti attenzione, guiderà i tuoi passi infondendoti coraggio, dandoti sicurezza, mostrandoti di volta in volta altre mete da raggiungere».
Lois Irsara
Chi è Lois Irsara?
Lois nasce nel 1923 a Cialaruns, un piccolo paese di montagna a 1650 metri di altitudine, nei pressi di San Leonardo in Badia (BZ), da una famiglia di contadini. È il primogenito di 8 fratelli. Affascinato dalla bellezza della natura che lo circonda, fin da piccolo si diverte a intagliare delle figurine nel legno con il coltello. Essere il primogenito maschio in una valle ladina significa assumersi il compito di portare avanti il maso, cioè la fattoria di famiglia. Per questo, sin da giovanissimo, deve imparare l’arte contadina.
Un periodo di prova
A 19 anni inizia un periodo doloroso. Ha un problema serio ad una gamba che lo obbliga a continui ricoveri in ospedale e a vari interventi chirurgici. Confinato in casa, dedica maggior tempo alla sua passione: la scultura. Scolpisce animali e figure varie che si vendono facilmente nei negozi ai turisti.
Poi, improvvisamente, la sua arte subisce una piccola trasformazione, le forme lasciano posto ai colori e il pennello sostituisce lo scalpello. Lui stesso racconta: «Era un giorno piovoso quel 5 maggio, il silenzio, un’ora dopo le nuvole se ne vanno, viene il sole, un sole bagnato di maggio, scendono le valanghe dal Sella vicino, di fronte a me un piano ripido con pochi alberi, larici spogli senza foglie, poi i cirmoli nella neve e sotto le rocce del Sella, uccelli che cantano. Così nasce la mia pittura».
A Milano
Un giorno, il signor Cozzi, un turista milanese, dopo aver visto i suoi lavori esposti in vetrina, gli parlò della scuola d’arte Colombo di Milano e lo invitò a frequentarla.
Colombo era pittore, maestro d’arte, nominato fra i principali esponenti della pittura figurativa italiana del Novecento.
Lois si trasferisce dunque a Milano, dove lo studio e la gran passione fanno progredire la sua arte molto velocemente: «Penso che un’arte nuova nascerà non tanto trasformando i colori, la tecnica, studiando la storia dell’arte, incontrando maestri famosi, ma attraverso un cambiamento che soltanto da Dio può venire. Lui è la bellezza, l’armonia, la sensibilità, la potenza, la delicatezza, l’equilibrio, la semplicità, l’unità, tutte cose che in un quadro ci dovrebbero essere».
Il ritorno in Valle
Dopo 4 anni di duro lavoro, è assistente del direttore della scuola e organizza le sue prime mostre dove riscontra un certo successo. Il maestro Colombo muore e Lois dovrebbe prendere la sua eredità dirigendo la scuola, ma egli non si sente un uomo di città e, dopo 12 anni fruttuosissimi a Milano, decide di tornare in Val Badia dove si sposerà e metterà su famiglia.
Negli anni 60 conoscerà il Movimento dei Focolari e la sua fondatrice Chiara Lubich con la quale legherà un profondo rapporto epistolare. Inizia una nuova fase della sua vita. Un rapporto con Dio più profondo che illuminerà l’evoluzione della sua arte.
Le parole di Lois Irsara
«Recentemente ho cercato di dare alle mie figurazioni un più profondo contenuto. È stata un’intima evoluzione, cioè una ricerca della poesia delle cose, più che una ricerca della loro appariscenza formale. Sono nel giusto o nell’errore? Gli altri giudicheranno. È il proporsi la cosa divina».
«Cammino per ore e ore, d’estate come d’inverno, finché la luce e i colori non mi investono. Cerco poi di renderne conto sulla carta. Mai soddisfatto del mio lavoro e mai scoraggiato, tornerò domani con lo zaino nei posti che amo per dipingerli ancora e ancora».
«Quando faccio ritratti prediligo i miei concittadini più miserabili, più abbandonati, quelli che la vita non ha risparmiato. Cerco di trovare e mettere sulla tela la scintilla di umanità che cova sotto le ceneri della miseria morale o fisica, ritratti non psicologici ma spirituali. Mi piace pensare che Dio veda questi uomini provati dalla vita esattamente come li ho dipinti. È una “galleria” di santi bevitori, derelitti, blasfemi che sono diventati amici miei».
«Sto disegnando una patata. Da quando non posso più uscire di casa mi devo accontentare di quello che trovo in giro. E sono oggetti preziosi, tutti degni di essere dipinti: una mela, un cesto di pane, qualche arnese da lavoro e, in primavera, i fiori. Sono le mie ultime pitture, quelle che vengono “dopo la battaglia”, come amo spesso dire, cioè dopo l’ultima prova, questa nuova lunga malattia».
