La vecchia «600» targata Roma discese quelle poche svolte che conducono a superare il ponte sull’Arno; poi prese a sinistra e, a un dato punto, con una brusca curva a gomito, affrontò l’erta che a rapidi «tourniquet» sale sull’altipiano di San Vito aggredendolo di brutto, come in una tappa dell’Izoard al Giro di Francia.

Fattorie sparse su dossi e in valloncelli, coi cipressi neri davanti all’uscio e l’argento nelle foglie degli olivi e l’oro rosso nei pampini delle viti; qui, un castello diroccato, lì una chiesa di pregio antico, e finalmente la vecchia villa di Loppiano.

«Loppiano da Loppius, il proprietario terriero di quassù ai tempi che furono», ci spiegherà, fiorito, un cultore locale delle ere passate.

La villa e una fattoria che, esternamente, sa di nobile palazzotto medioevale, affacciato, dall’altipiano di San Vito, come a un balcone, sulla valle superiore dell’Arno. Davanti si dispiega la maestà del Pratomagno. Alle spalle è il Chianti.

L’utilitaria s’arrestò davanti al portone della fattoria e i nostri entrarono per un andito ad arco nel cortile spazioso, abbracciato su tre lati dal corpo centrale e dalle due ali della fattoria e aperto a sudest, a mirare, sullo sfondo della vallata d’Incisa, quel gioiellino di chiesa parrocchiale ch’è San Vito Martire, il cui campanile a merli, risparmiato nei secoli da intonachi e rifacimenti, conserva intatta la sua bellezza del 1100.

Nel cortile un pozzo vetusto, coperto in modo da rassomigliare a un’edicola; ai muri gli stemmi in pietra degli Strozzi, e nell’aria un chiocciolare pieno, fitto, implacabile di migliaia e migliaia di polli con relativo olezzo.

L’ala di destra era abitata in parte dalla famiglia del custode, e parte del primo piano del corpo centrale della villa era occupato dalla famiglia del fattore. Altre stanze erano adibite a magazzino di fiaschi vuoti e pieni, di recipienti d’olio, di mobilio rotto e accantonato, di carabattole accatastate, di mangime per gli animali, di pomodori e di granaglie, il tutto sotto maestosi festoni di ragnatele. Il resto, vale a dire l’intera ala sinistra della fattoria, e tutto il secondo piano del corpo centrale, e un’altra stanza ancora al primo piano, brulicava letteralmente di novemila polli.

«La situazione ci apparve piuttosto preoccupante – ricorda ora Emilio, con quel suo tono venato di sottile “humour” toscano -. Non c’era un metro quadrato libero in tutta la fattoria. Eppure, di lì a qualche giorno, dovevamo portarci una ventina di persone… Era quello il nostro campo-base!».

Parlarono col fattore e col custode, e i due, dopo averne discusso un po’ fra loro, decisero di mettere a disposizione dei «pionieri» in arrivo, una parte delle cantine, alcune delle stanze adibite a magazzino e un salone al primo piano. Ma poiché le cantine erano piene di botti, e le stanze zeppe delle cianfrusaglie più impensabili, e il salone occupato da mastodontici mobili venerandi, Enrico ed Alberto, i due più robusti della pattuglia di punta, furono lasciati sul posto a sgomberare le botti dalle cantine, le masserizie dalle stanze e l’antiquariato pesante dal salone, mentre Emilio e Marcelo rientravano a Roma, e quindi a Grottaferrata, per prelevare la seconda pattuglia e il grosso dei bagagli, delle suppellettili e dei mobili…

 

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