C’era da tener ben saldo il volante con tutt’e due le mani, quel pomeriggio della prima domenica d’ottobre del 1964. Soprattutto sui viadotti che scavalcano più e più volte il corso bizzarro del Tevere, e poi la Nera, e poi l’’Arno…

Il vento, che dall’est spazzava l’Autostrada del Sole, era un ventaccio da far sbandare la macchina sullo spartitraffico. Macchine in su, macchine in giù, nonostante tutto. E ciascuna col suo carico di varia umanità e col suo bagaglio assortito di aspirazioni e di pene, d’obblighi e di evasioni, di fretta e di noia, di routine e di disimpegni…

Fra le macchine, appunto, che in quel pomeriggio d’autunno correvano nelle folate del vento dal Lazio alla Toscana, v’era una «600» targata Roma, la cui età veneranda, oltre che negli acciacchi della carrozzeria e nella raucedine del motore, trovava conferma nel computo del contachilometri e in quella rassegnata fedeltà alla corsia di destra, con cui essa concedeva a tutte le altre vetture ogni velleità di sorpasso.

II suo carico umano era dei più inconsueti, con un bagaglio d’aspirazioni addirittura pazzesco. Il fatto è però che i quattro uomini a bordo avevano cancellato da tempo l’aggettivo «pazzesco» dal loro vocabolario, e d’«inconsueto», nel loro vivere insieme, da altrettanto tempo non c’era spesso che il consueto: Emilio, toscano, ex operaio tessile, già studente di musica e cantante d’un certo spicco nei «dancing» dell’immediato dopoguerra; Enrico, triestino, ex commerciante; Alberto, ragioniere, venuto dall’Argentina; e Marcelo (si legga: «Marzelo»), argentino pure lui e studente del terzo anno di medicina e chirurgia all’Università di Cordoba. Meta del viaggio: Loppiano, sopra Incisa Valdarno. Obiettivo: la fondazione di una città. Così, ne più ne meno…

Ma fondazione sul serio, intendiamoci; mica uno schizzo sulla carta, o un raduno di chiacchiere sul come equalmente affrontare i lavori, o tutt’al più la posa di una prima pietra. No, fondazione nel senso autentico di costruzione da zero: pietre e mattoni, calce e cemento, con badile e piccone fin dalle sette fondamenta, e in una zona da sempre tenuta a olivi e vigne, senza neppur le strade sufficienti per portarci il materiale, sicché si sarebbe dovuto cominciare appunto col tracciar altre strade innanzitutto, e allacciare la corrente elettrica, e scavare le fosse di scolo… E costruzione d’una città, nuova non solo di case, di industrie e di scuole ma nuova di cittadini nuovi per una convivenza nuova, anzi per una comunità – meglio: per un’unità –, fondata sulla legge del Comandamento Nuovo.

I quattro, partiti appena pranzato da Grottaferrata, sopra Roma, rappresentavano la pattuglia d’avanguardia di quelli che chiameremo «i pionieri di Loppiano». L’idea della fondazione di una città di questo tipo era germinata già parecchi anni addietro nel Movimento dei Focolari…

da S.C. LORIT, “Loppiano, una città nuova”, Ed. Città Nuova, 1967

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