Elda Pardi, focolarina sposata, condivide alcuni dei suoi ricordi di Renata Borlone, Serva di Dio che riposa nella Theotokos e con cui ha collaborato per la fondazione della scuola per famiglie “Loreto”, a partire dal 1983.

 

Alla fine del 1983, mi ritrovai a Loppiano a condividere l’incarico per impiantare una scuola per famiglie che volevano approfondire la spiritualità del Movimento dei Focolari. Feci parte in quel periodo del focolare di Renata che mi aprì alla realtà della cittadella, esperienza tutta nuova per me. Renata, appena seppe della nuova scuola, vedendo che mancavano alloggi e già tre famiglie continentali erano pronte per venire, fece subito liberare tre appartamenti, restringendo così la sua scuola, quella delle focolarine, per dar casa alle famiglie.

Mi fece una grande impressione questa sua generosa immediatezza e l’interesse della situazione dei nuovi arrivati provvedendo a molte necessità: dalla scuola dei bambini, al render disponibile qualche focolarina come traduttrice per chi ancora non conosceva la lingua italiana. A tutto provvedeva purché l’amore restasse acceso e lo fosse sempre di più tra quei coniugi.

Renata sapeva ascoltare anche la mia preoccupazione per i programmi di quella scuola nascente così originale. Senza suggerirmi linee precise, era tale l’ascolto, che io uscivo dalla sua stanza e i programmi incerti diventavano subito più chiari. Stando  accanto a Renata,  radicò in me un senso di ammirazione profonda, per la chiamata di Dio alla verginità che io contemplavo in lei come fonte viva di maternità spirituale per contribuire a fare dell’umanità una grande famiglia e rendere più unite le stesse famiglie naturali. Io mi sentivo affascinata dalla sua vita ed anche  mio marito e i miei figli che allora non aderivano al Movimento.

Ricordo che parlavo spesso con mio marito di alcune difficoltà che la cittadella incontrava con l’amministrazione pubblica, determinando occasione di forti contrasti.  Renata non li avrebbe mai voluti. Quando nominava qualche amministratore lo chiamava sempre per nome facendolo precedere dall’aggettivo “nostro”. Per lei non esistevano gli ‘altri’, non c’era l’altra parte, erano semplicemente i ‘nostri’. Questo era il senso che prevaleva nella vita di Renata, il suo habitus nel  rapporto con gli altri, persone o istituzioni che fossero, o qualsiasi convinzioni avessero, pur di creare legami fra la gente per costruire la famiglia umana.

Mio marito, che seguiva quei fatti col suo alto senso di giustizia, rimase molto toccato dall’atteggiamento di Renata che poteva apparire perdente. Qualche tempo dopo, di fronte a una grossa tensione con alcuni parenti che sembrava non risolversi, prese l’iniziativa di concluderla con un “Basta! Bisogna fare come Renata, sono i nostri”. La dimensione dell’amore prevalse.

Credo che Renata abbia aperto la strada del paradiso sia a mio marito che a mio figlio Mario, partiti per il Cielo a pochi anni di distanza da lei. Mio figlio, attore e musicista,  negli ultimi giorni della sua vita, a 39 anni, continuava a ripetere quella frase di Renata: “la morte non è, la morte è vita”.

Elda Pardi

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