Oggi, 22 gennaio, Chiara Lubich avrebbe compiuto 101 anni. Parliamo di lei con Andrea Gagliarducci, autore del libro “Chiara Lubich. L’amore vince tutto” edito da Città Nuova e nato dalla sceneggiatura dell’omonima fiction.

 

Supponiamo che tutti i nostri lettori abbiano visto il film “Chiara Lubich. L’amore vince tutto”. Cosa devono aspettarsi leggendo il libro? Una specie di descrizione delle scene o ci sono elementi nuovi?

Il libro si basa ovviamente sulla sceneggiatura del film, ma allo stesso tempo non punta a ripercorrere solo la sceneggiatura del film. Un film ha le immagini, e le immagini aiutano a sottintendere. Un film ha le emozioni che vengono dalle immagini, che permettono anche di non considerare il background storico. Io ho cercato di aggiungere, di descrivere la Trento di quel tempo, di descrivere chi erano queste giovani che erano con Chiara agli inizi. In sintesi, di aggiungere la profondità alla sceneggiatura, perché, se questa fosse rimasta solo una sceneggiatura, avrebbe necessitato delle immagini per darle profondità.

Nell’introduzione al libro leggiamo: “Di Chiara mi colpirono il parlare semplice, il tono di voce”. Può descriverci quel suo incontro con lei? Quali altri aspetti della sua figura le sono venuti in rilievo in seguito, conoscendola meglio?

Io non ho incontrato Chiara, nel senso che non ci ho parlato a tu per tu. Ero presente ad un evento al Teatro Quirino, nel 2001 se ricordo bene, e mi colpì moltissimo il modo in cui raccontava le cose. Il tono di voce, quello sì, ce lo ho davvero impresso. Il fatto è che, quando sono venuto a Roma per studiare, io non sapevo niente non solo del Movimento dei Focolari, ma di tutti i Movimenti in generale. Il che mi ha permesso anche di avvicinarmi a tutti con un certo disincanto, direi. Rileggendo la storia di Chiara, andando a ripercorrere la sua biografia, mi ha colpito molto il suo carisma gentile. Ci ho ritrovato quel tono di voce. Non era una leader nel senso classico che diamo ad un leader. Non era un condottiero. Eppure conduceva. Infatti, ci sono i crolli nella sua vita, i momenti in cui ha necessità di riposare, di distaccarsi. È una vita vissuta intensamente, ma in maniera emotiva. Chiara non era fredda. Era, però, sicura nelle sue scelte. E questa sicurezza la trasmetteva.

Lei vede in Chiara, nella sua storia, una luce per la donna di oggi che desidera essere sé stessa nella Chiesa e nella società?

La bellezza di Chiara è appunto che lei desiderasse essere niente altro che sé stessa. Su quello, non c’erano compromessi. Era radicalmente evangelica in questo, al punto da “odiare” la madre e il padre e lasciare la loro casa. Ed è forse questo che manca oggi: il coraggio di essere sé stessi. Ma non è un discorso che vale solo per le donne. È un discorso che vale per tutti. Solo accettando chi siamo, conoscendo il nostro posto e cercandolo con forza, solo in quel momento potremo trovare davvero un posto nella Chiesa e nella società. Ed è un discorso che prescinde ogni ragionamento funzionale, che va al di là degli incarichi e le carriere che possiamo ricoprire. Chiara, dunque, non è una luce solo per la donna. È un esempio per tutti. E dimostra anche una cosa: che Dio rende sempre il centuplo.

Oggi Chiara avrebbe compiuto 101 anni. Il 22 gennaio 1955 il fratello Gino le scrisse: “Cara sorellina, che devo augurarti io dopo tutti gli auguri belli che tu m’hai fatto ieri? Che tutti i tuoi desideri siano presto realizzati? Sì, penso che sia proprio questo l’augurio migliore che io possa farti. Ciao, sorellina. Gino”. Che cosa le è rimasto di questo rapporto così affettuoso, ma anche forte e sincero fra questi due fratelli? Nel film la figura di Gino è molto ben stagliata…

Si dice in genere che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, o viceversa. Si parla poco dei fratelli. Eppure Gino è stato fondamentale, per quello che ho potuto vedere e comprendere. Il suo coraggio, la sua temerarietà si accompagnavano anche a questo forte senso di giustizia. Che era il senso di giustizia che pervadeva anche Chiara. Io non conoscevo la figura di Gino. Ho letto alcune cose sue, scrivendo il libro, e ho trovato che anche lui fosse un uomo tranquillo nella sua inquietudine. Ma questo spronava Chiara. E Chiara spronava lui a guardare le cose da un altro punto di vista. Non sono due facce della stessa medaglia. Sono proprio la stessa medaglia. Questo è quello che ho percepito.

Cosa è stato per lei scrivere questo libro? Leggendolo ci si sente immersi in quella città di Trento, in quell’esperienza carica di novità e di entusiasmo. Fino a che punto lei si è fatto coinvolgere da tutto questo?

Ho provato a farmi coinvolgere, sono tornato a Trento anche con le mie esperienze, perché conosco la città abbastanza bene. Sono andato a rivedermi le foto dell’epoca, ho cercato di descriverle, ho cercato di calare tutto nella realtà trentina, e nella realtà particolare della città di Trento. Lo trovavo fondamentale per comprendere non solo cosa fosse successo lì, ma perché fosse successo proprio lì. Noi siamo anche i luoghi che abitiamo in fondo. E quei luoghi ci permeano, e ci danno le risposte particolari e quelle universali. In fondo, tutto nasce così. Tutto nasce sempre da un incontro. L’incontro con Gesù, certo, è stato quello fondamentale per Chiara, e direi per ogni cristiano. Ma poi ci sono gli incontri con la nostra famiglia, con i nostri amici, con la nostra città e con la città che ci adotta quando prendiamo altre strade. Ed ogni cosa è fondamentale.

Andrea Gagliarducci l'autore

Andrea Gagliarducci, l’autore del libro “Chiara Lubich. L’amore vince tutto”

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