«Se dovessi descrivere l’affido con una sola parola userei “energia”» spiega Simona… L’esperienza dell’affido familiare fatta da una famiglia del nostro territorio.

 

Simona e la sua famiglia vivono a Reggello, un paese ad una ventina di chilometri da Loppiano, dall’altra parte dell’Arno. Lei e Alessio sono sposati da ventuno anni e hanno due figli, Matteo (20) e Davide (17). La loro giornata comincia sempre molto presto, alle 6.00 del mattino, perché fanno i cuochi per le mense degli asili nido del comune di Firenze. È così che si sono conosciuti e innamorati, tanti anni fa: cucinando. Simona e Alessio sono anche due genitori affidatari “part-time” di una bambina di circa due anni. Che cosa significa? Ce lo spiega Simona: «Lei trascorre con noi soltanto i pomeriggi dal lunedì al venerdì. Così, tornati dal lavoro andiamo a prenderla al nido alle 16.00. Sta con noi fino alle 19.30, e poi va dalla nonna. La bimba ha una casa, ma aveva bisogno del calore di una famiglia per il tempo in cui la nonna lavora…». Simona ce lo racconta con una tale semplicità da far sembrare la cosa estremamente normale, fattibile, alla portata di tutti.

A dire il vero, non è la prima volta che la sua famiglia vive un’esperienza di affido familiare. «La prima è stata nel 2014. Ed è successo per via di una mail dal gruppo delle famiglie di Loppiano: – racconta –  era  una richiesta di aiuto per un bambino di 9 anni che, a quei tempi, era ospite con la mamma e gli altri fratellini nella casa famiglia di Pian di Scò, la Fraternità della Visitazione. Lo presentavano come un bimbo molto vivace che aveva bisogno di tante attenzioni e di una famiglia per trovare l’affetto che non aveva avuto».

Rattristata dall’idea di questo bimbo cresciuto senza amore e affascinata dall’esperienza di affido fatta precedentemente da un’altra famiglia nella comunità dei Focolari, Simona propone al marito di prendere con loro quel bambino: «Ne abbiamo parlato parecchio! Anche discusso. Io sono molto di cuore, d’inpulso. Lui ha i piedi ben piantati per terra. Per l’urgenza della situazione decidemmo di incontrarlo…». La condizione reale era diversa da quella immaginata: «Era un gianburrasca! Non aveva nessun tipo di impostazione. Faceva i dispetti per attirare l’attenzione, rubava…». Ma alla fine, d’accordo con i figli, Alessio e Simona danno la loro disponibilità ad accogliere il bimbo. «Il suo arrivo a casa ha avuto un forte impatto su tutta la nostra  famiglia. È un bene che avessimo fatto la scelta insieme ai nostri figli, perchè loro hanno dovuto condividere con il nuovo arrivato tutto. Non è stato semplice, perché come tutti i bimbi abbandonati, aveva subito grosse mancanze. Così, abbiamo cercato di dargli amore, regole, insegnamenti, educazione…».

Simona e Alessio entrano a far parte del gruppo di autoaiuto “Famiglie gruppo affido” del Valdarno, dove trovano sostegno, consiglio, supporto da vari punti di vista. Roberto (NdR. è un nome di fantasia per tutelare il minore) rimane con loro per un anno e mezzo, finché un’altra famiglia, che aveva già due dei suoi fratelli, non decide di accogliere anche lui.

«Ora, a distanza di qualche anno, ripartiamo con un altro affido, questa volta part-time, con una bimba piccola… Un altro tipo di esperienza. Lei è in quell’età bellissima in cui tutto è scoperta. Dà soddisfazione, vedi che cerca affetto, la sua personalità è in costruzione. Ma è sempre un’esperienza impegnativa e il confronto e il sostegno con il gruppo di autoaiuto è molto importante».

Simona, cosa diresti ad una famiglia che, diciamo, ci sta pensando?

«Io credo che è una cosa che ti devi sentire di fare. Perché è una cosa bella, molto bella, poter dare una famiglia ad un bambino che non ce l’ha. Però, vivendola, dico anche che devi esserne convinto. Perché ti devi dare proprio come ad un figlio naturale… e questi bambini arrivano già con un bagaglio di sofferenze molto, molto grosso. Non si possono rimandare indietro. Ogni “rifiuto” è un peso grosso in più che mettiamo sulle spalle di queste creature…». Dall’altra, però:

«Non bisogna aver paura di sbagliare o di non essere all’altezza, perché ognuno di noi, con le proprie capacità e forze, può costruire un percorso di accoglienza per un bambino in difficoltà. Se dovessi descrivere l’affido con una sola parola userei “energia”, perchè sono moltissime quelle che metti in campo: fisiche, emotive e psicologiche. Però, quello che ti resta dentro è la positività dell’esperienza e quello che hai potuto donare a questi bambini e famiglie. Purtroppo, ogni giorno arrivano richieste per bimbi/ragazzi da prendere in affido ma l’offerta è molto scarsa…».

Chissà se, leggendo l’esperienza di Simona, Alessio, Davide e Matteo, a qualche nostro lettore non sia venuta almeno la curiosità di saperne di più sull’affido! Se sì, scriveteci, vi metteremo in contatto con loro!

Cravero

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