L’8 marzo 1968 Chiara Lubich fondava ufficialmente Loppiano, aspettandosi da quest’opera dei Focolari tante novità, perché «l’Artefice è Dio». Nominò i responsabili, il sindaco e gli assessori. Istituì il tribunale per i bravi cittadini e delineò la bandiera della Mariapoli.

 

Quando si dice la coincidenza. La strada che, dal lato nord di Incisa in Val d’Arno, porta alla salita che conduce a Loppiano dalla parte di Campogiallo si chiama Via 8 Marzo. Si tratta di una dedica che il Comune ha inteso tributare al mondo femminile nella data della Festa della donna. Ma noi della cittadella cogliamo nel nome della via una simpatica e significativa coincidenza. Ci piace infatti immaginare che quella denominazione stia lì anche a ricordare per i secoli a venire la data di fondazione di Loppiano, avvenuta l’8 marzo 1968.

I primi focolarini erano giunti nell’ottobre 1964. Il 25 gennaio 1965 presero avvio le lezioni di formazione. Sorse l’aziendina Azur, mentre a novembre arrivarono le focolarine e il Centro Ave Arte. Nel 1966 si stabilirono a Loppiano le suore contemplative e nel 1967 le prime famiglie si trasferirono definitivamente nella cittadella. Si arriva così al solenne momento della fondazione. Trasferiamoci allora nel salone dell’allora College (ora Istituto Universitario Sophia) e mettiamoci in fondo per non disturbare.

Chiara Lubich sta parlando di Loppiano. «È un particolare di un’Opera di Dio» e «come tutte le opere di Dio presentano delle sorprese, così anche Loppiano presenta delle sorprese, perché l’Artefice è Lui». Per cui –confida – «noi stiamo a guardare un po’ cosa succede a Loppiano». Ma, eccola che svela un sogno, forse un’ispirazione. Ha visto la nascente Loppiano come «una città vera e propria, con tutti gli elementi che una città comporta, con i conventi delle suore, con i sacerdoti, con le scuole, con le case, con le famiglie, con i bambini, con le industrie, con il lavoro».

Si ferma e precisa con passione: «Perché se non c’è il lavoro, che città abbiamo? Se le persone non lavorano, abbiamo una città di poltroni. Una città soltanto di studenti non è una città». E aggiunge: «Per cui io avevo dato questo appellativo di “industriale”, per dire una città come oggi. Non può essere una città semplicemente artigianale, ma industriale, perché è una città moderna». Chiara non inaugura ciò che c’è a Loppiano, ma disegna il futuro e la fisionomia completa della cittadella. Stiamo assistendo davvero alla fondazione, in questo 8 marzo 1968.

La Lubich cura la concretezza: «Se è una città, deve avere le proprie autorità». E, scegliendo tra i suoi stretti collaboratori, nomina Maras Alfredo Zirondoli, medico e sacerdote, come autorità spirituale, Renata Borlone, studi in chimica, a rappresentare Maria («la Capo di questa città») e a custodire il carisma dell’unità, e il manager Giulio Marchesi, sindaco. Un primo cittadino con tanto di Giunta comunale, per cui Peppuccio Zanghì, filosofo, sarà assessore agli studi, la scultrice Ave Cerquetti alle arti, il bancario Domenico Fea al lavoro.

«Non può esserci una città senza un tribunale», aggiunge, ed ecco che Vera Araujo, sociologa, e Lionello Bonfanti, magistrato, sono chiamati a vigilare sull’osservanza delle leggi della vita di Loppiano da parte di tutti i cittadini, indicando poi i migliori abitanti e premiandoli. Chiara ha pensato anche alla bandiera, indicendo un concorso. Ma offre già precise coordinate: sarà in campo azzurro e conterrà un simbolo di Maria.

Chiara sta concludendo il suo discorso fondativo in quell’8 marzo di 54 anni fa e noi usciamo dalla sala prima degli altri per tornare in tempo nel 2022. Per festeggiare l’anniversario e ringraziare per gli sviluppi in questo mezzo secolo. A tutti noi, il compito e la responsabilità di portare avanti la cittadella delle sorprese. Quelle di Dio. Anche in questo tempo di guerra in Europa e di pandemia nel mondo.

Scatti di quell’8 marzo 1968

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