di Tamara Pastorelli
Phra Mahathongrattana Thavorn, monaco buddista thailandese, conosciuto con il nome di Luce Ardente, ci ha lasciati il 10 novembre scorso, dopo una lunga malattia. Tra i suoi ultimi desideri, quello di essere sepolto a Loppiano, la Cittadella dove circa 30 anni fa, fece esperienza dell’amore cristiano e della spiritualità dell’unità.
Arrivò nel novembre del 1995. Aveva superato da poco i 50 anni ed era monaco buddista da oltre 30. Era accompagnato dal suo Gran Maestro, Ajahn Thong, e dal suo discepolo Somjit. Così, si realizzava il sogno di Phra Mahathongrattana Thavorn.
Aveva conosciuto il Movimento dei Focolari alla fine del 1994 quando, dopo aver accettato di partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù di Manila e di incontrare papa Giovanni Paolo II, aveva trascorso alcuni giorni nella Cittadella Pace, a Tagaytay, nelle Filippine. Colpito dalla concretezza dell’amore dei focolarini e dalla loro spiritualità, espresse il desiderio di saperne di più e di poter incontrare la fondatrice, Chiara Lubich. Così fu indirizzato a Loppiano.
Alla Claritas
Giunto nella Cittadella fu accolto, tra gli altri, da padre Amedeo Ferrari, francescano conventuale della provincia del Nord Italia che, a quei tempi, era responsabile del Centro di Spiritualità Claritas per religiosi, dove il monaco trascorse due mesi. «La sua venuta a Loppiano fu una grazia un po’ straordinaria – racconta –, non solo per noi religiosi e per la Cittadella, ma anche per il Movimento tutto, segnando l’inizio di un rapporto nuovo con il buddismo thailandese».

Tra i testimoni di quel periodo, anche Luigi Butori, toscano di Lucca, focolarino con una buona conoscenza del thai, cui fu chiesto di tradurre, per facilitare la comunicazione tra il monaco e i religiosi: «Ricordo che qualcuno di loro gli donò le pasticche di vitamina C contro il raffreddore, un altro la maglietta di lana da tenere a pelle. Alzavano il riscaldamento perché non soffrisse troppo il freddo o gli lasciavano il suo vestito da monaco lavato e stirato fuori dalla porta al mattino. Così, un giorno chiese: “Perché avete fatto tutto questo a me?”. La risposta fu: “Perché ti vogliamo bene!”. La cosa lo sconvolse e cercò di rispondere cominciando ad apparecchiare la tavola, pulire il pavimento, fare piccoli lavori che non aveva mai fatto in Thailandia».
Il rapporto con Chiara Lubich
Durante la sua permanenza a Loppiano, Phra Mahathongrattana Thavorn scriveva ogni giorno a Chiara Lubich chiamandola “mamma Chiara”. Le comunicava ciò che andava conoscendo della Cittadella e le luci che lo colpivano facendo meditazione con padre Amedeo.
«Il Buddismo è la religione della sapienza, l’Islam della pace ma il Cristianesimo è la religione dell’amore – un giorno le confidò –. Io pensavo che fosse la religione delle scuole per i ricchi e degli ospedali. Invece, ho capito che il Cristianesimo è la religione dell’amore. In Thailandia non lo avevo capito».
Dal canto loro, i religiosi della Claritas furono colpiti dalla sua fedeltà ai momenti di preghiera comune, dal suo profondo raccoglimento e dall’immediata adesione al vivere l’amore reciproco. «Agli ospiti che venivano in visita alla domenica, spesso, diceva che Chiara aveva fondato con Loppiano “l’università dell’amore” – rammenta padre Amedeo –. Per noi, religiosi di vari Istituti, la sua presenza fu l’occasione per dilatare il cuore». E spiega: «Grazie a lui, noi che avevamo studiato teologia, scoprimmo che per vivere un vero dialogo interreligioso era necessaria una conversione profonda: anteporre la carità alle verità studiate in teologia, quell’“ante omnia” che San Pietro propone ai cristiani nella sua Lettera».
Il 17 gennaio del 1996, giorno del suo compleanno, Phra Mahathongrattana Thavorn incontrò per la prima volta Chiara Lubich, realizzando pienamente quel desiderio espresso alcuni mesi prima. «Lei non mi parlò subito del suo Movimento ma mi chiese, come prima cosa: “Lei è un monaco buddista, potrebbe parlarmi del Buddismo?”». Nella sua spontanea semplicità e apertura, la frase conquistò il bonzo, tanto che, anni più tardi, ricordando quell’episodio, disse: «Umilmente, mi ha chiesto come stavo io, com’era andata a Loppiano e la mia esperienza da monaco buddista. Lei amava per prima».
Luce Ardente, apostolo della fratellanza universale
Fu in quell’occasione che la Lubich gli propose, su sua richiesta, due possibili nomi nuovi, a sancire simbolicamente l’inizio di una vita in cammino con la famiglia del focolare: Amore Ardente o Luce Ardente. Lui scelse quest’ultimo, perché, disse, «”luce”, corrisponde alla luce dell’Ideale di Chiara ed anche del Buddismo».
«Quel suo soggiorno a Loppiano, nel 1995, è stato una tappa fondamentale nella vita di Luce Ardente – testimonia Luigi Butori che, negli anni successivi, ha proseguito con lui, in Thailandia, quell’esperienza di dialogo della vita cominciata alla Claritas –. Da quel momento, al suo ritorno in Thailandia, è diventato un vero apostolo della fratellanza universale, del dialogo interreligioso, di Loppiano e del focolare nella comunità dei monaci buddisti».
Dopo quella prima esperienza, Luce Ardente tornò spesso a Loppiano, l’ultima nel 2018, in occasione della visita di papa Francesco. Prima di morire, nel novembre scorso, ha espresso il desiderio di essere sepolto qui, in quella che considerava la sua seconda casa.

