Artigiani di fraternità

25 Feb 2026 | Dialogo, Giovani, Notizie, Vita

testo di Tamara Pastorelli e foto di Luisa Camargo, Mačica Marek, Lia Tantoco

A Loppiano, in occasione della Giornata Internazionale della Fratellanza Umana, il 7 febbraio scorso, si è tenuto un convegno che ha messo al centro i giovani e le loro domande sui temi della pace, dell’ecologia integrale, dello sviluppo umano, delle relazioni, del Mediterraneo.

Il titolo poteva apparire quanto meno naïf, considerando il quotidiano di notizie di guerre, violenze, mancato rispetto dei diritti umani fondamentali con cui veniamo raggiunti nell’ordinario delle nostre giornate. L’aveva pensato anche Riccardo Barlaam, editorialista di politica internazionale del Sole 24 Ore, chiamato a moderare, nella cittadella, l’evento “In cerca di artigiani di fraternità”, il 7 febbraio scorso. «Approfondendo, però, ho capito che parlare di fraternità oggi è rivoluzionario!», ha ammesso dal palco.
Proprio da qui è partito il convegno, un pomeriggio di ascolto e confronto che ha messo al centro i giovani e le loro domande più urgenti: come si costruisce la pace dopo i conflitti? Che volto può avere oggi il dialogo tra culture e religioni? Quale sviluppo è davvero umano e integrale?
Testimonianze di vita, esperienze provenienti da diversi angoli del mondo e riflessioni culturali si sono intrecciate in un racconto corale, capace di mostrare che la fraternità non è un ideale astratto, ma un impegno concreto, fatto di scelte quotidiane, relazioni curate e responsabilità condivisa. Un lavoro paziente, artigianale, che nasce dalle periferie e parla al futuro di tutti.

 

Quando la fraternità passa da una pace giusta 

Così, hanno inizio i lavori. Salgono sul palco Albert Senneth, giovane della Sierra Leone e Pasquale Ferrara, diplomatico.
Albert racconta di essere nato nel 1997, sul finire della guerra civile che ha insanguinato il suo Paese, mietendo più di 50 mila vittime. Sulla sua pelle ha vissuto il dopoguerra e il non meno drammatico tempo della ricostruzione materiale, sociale e morale. «So che tutti i paesi attualmente in guerra – spiega – vivranno la stessa tragica esperienza dopo che le ostilità saranno finite anche per loro. Per questo ho imparato che la pace non si raggiunge solo quando si gettano le armi. Ci vuole un lungo lavoro di riconciliazione, inclusione e responsabilità condivisa». Questa esperienza di vita segna profondamente le sue scelte: dopo gli studi universitari in Sanità Pubblica, Albert raggiunge Loppiano per frequentare il master in Pace, Dialogo e Comunicazione presso l’Istituto Universitario Sophia.
Frattanto, seduto accanto a lui, Ferrara ascolta. Già Direttore generale per gli affari politici e di sicurezza presso il Ministero degli Esteri, lo scorso luglio, con altri 70 ambasciatori ha promosso una petizione affinché lo Stato italiano adotti misure nei confronti di Israele e per il riconoscimento dello Stato di Palestina. «Grazie alla tua esperienza in diplomazia, puoi dirci quali sono i percorsi per riedificare la società post conflitto?», gli chiede Albert.
Il diplomatico ammette la sua difficoltà nel rispondere dopo aver ascoltato la testimonianza del giovane, e riflette: «Tutte le guerre sono incivili. Credo che noi dovremmo fare prima di tutto un’operazione culturale, una transizione mentale, perché non esistono guerre locali. Tutte le guerre sono guerre mondiali, perché tutte comportano in qualche modo mettere in discussione la nostra comune umanità». Per Ferrara, il primo passo per ricostruire una società lacerata è una operazione culturale: decolonizzare l’idea di pace. Significa, per alcune parti del mondo, smettere di considerare la pace come un bene acquisito e riconoscere che essa richiede ovunque manutenzione, cura, verità. «Quindi, sei ottimista alla fine?», chiede Barlaam, mentre il diplomatico sta già scendendo le scalette che lo condurranno in platea. «Alla fine, sì – risponde –, perché possiamo costruire la pace attraverso la micro-fondazione: cioè sono anche le azioni e le scelte che ognuno di noi fa in ogni momento che, alla fine, danno la risultante».

Un Mediterraneo di fraternità 

Candela Copparoni è una giovane giornalista della rivista Città Nuova, anche lei studentessa all’Istituto Universitario Sophia. È italiana, nata in Argentina, cresciuta nell’ambiente multiculturale di Malaga, in Andalusia. «In una scuola che costantemente insegnava i valori della pace e dell’inclusione», spiega. Da queste sue “radici” è fiorita la scelta di studiare Giornalismo, «per far sentire la voce degli ultimi e per cercare la giustizia sociale attraverso la verità». Racconta che recentemente ha partecipato agli Incontri Mediterranei 2025, promossi dalla Diocesi di Marsiglia, che l’hanno portata, insieme ad altri 200 giovani, a navigare le acque del Mediterraneo a bordo del veliero Bel Espoir, rispondendo all’invito di papa Francesco ad abitare «le rive di questo grande bacino, che vi unisce». Mentre parla, guarda negli occhi Patrizia Giunti, presidente della Fondazione La Pira, l’ente che ha come scopo, fin dal suo Statuto: la «promozione di iniziative culturali e sociali nel nome del Prof. Giorgio La Pira per tramandarne il pensiero e l’azione a livello nazionale ed internazionale». A lei, Candela chiede se quegli Incontri Mediterranei cui ha partecipato potrebbero considerarsi una ripresa dei «Colloqui Mediterranei che Giorgio La Pira iniziò con i leader politici della regione mediterranea», a partire dal 1958. La prof. Giunti risponde spiegando come, per La Pira, il Mediterraneo fosse «il lago di Tiberiade, coacervo di sponde verso le quali si muovono i popoli della famiglia abramitica, alla ricerca di una risposta di senso per il loro vivere insieme, in una reciproca diversità». Da questa visione teologica il sindaco di Firenze costruisce un progetto politico: «Il Mediterraneo è il mare fra le terre, che unisce tre continenti, affratella 26 Paesi bagnati dalle sue acque: un Mediterraneo pacificato è un volano di pacificazione universale; un Mediterraneo “miccia accesa” rappresenta una minaccia costante per l’ordine mondiale». I Colloqui Mediterranei «nascono secondo il modello lapiriano della diplomazia dal basso, con l’impegno di una città come Firenze, attraverso la capacità di coinvolgere attorno a un tavolo gli esponenti delle diverse posizioni alla ricerca di una soluzione condivisa». E termina: «La Pira fu in grado di far tutto questo perché, negli anni, attraverso una dedizione assoluta al bene comune, aveva costruito l’immagine di una coerenza che lo aveva fatto essere portavoce dei bisogni degli ultimi, senza mai sottrarsi, anche quando questo gli costò le offese della stampa, il rischio di essere arrestato, il diniego dei suoi compagni legati alla sua stessa esperienza politica».

 

Il dialogo fra le religioni e la fraternità 

Poi, è la volta di Tony, che arriva dal Nord della Siria. «Mio padre e mia madre, profondamente partecipi della spiritualità del Movimento dei Focolari – spiega –, hanno voluto che il principio dell’unità e della fraternità che Chiara Lubich ci ha donato diventasse per noi una vera cultura di vita». Racconta che, nella sua città a maggioranza cristiana, ha sperimentato una convivenza tra cattolici e ortodossi fraterna: «Da noi non si usava specificare l’appartenenza confessionale; ci bastava dire di essere cristiani. Tutte le feste venivano celebrate insieme, senza badare se il calendario fosse occidentale o orientale».
Ma ad Aleppo, dove si trasferisce per studiare alla facoltà di Economia, Tony scopre la diversità religiosa, grazie ai suoi colleghi di corso musulmani.
«Mi sono impegnato ad amare tutti, anche loro, e ho costruito buoni rapporti. Ma era consigliato a noi cristiani di non parlare di argomenti relativi alle nostre religioni. Quindi, non vedevo possibili rapporti veri e un dialogo su un aspetto così importante della vita qual è la propria fede religiosa». Ad ascoltarlo, collegato via Zoom dall’Inghilterra, c’è il prof. Mohammad Shomali fondatore del Risalat International Institute di Qom, città santa dell’Iran. A lui rivolge la sua domanda: «Io ho fatto un’esperienza bella di amicizia e dialogo tra cristiani, ma pur avendo amici musulmani, non ho potuto parlare con loro della fede. Secondo lei, quanto è importante il dialogo a 360 gradi e, in particolare, il dialogo cristiano-musulmano?». Il prof. Shomali risponde: «Il dialogo dovrebbe essere tra tutte le persone ma quando si tratta di credenti in Dio, musulmani, cristiani, ebrei e chiunque creda in Dio, il dialogo è cruciale, basilare. Dobbiamo passare dal dialogo alla collaborazione. Come credenti in Dio dovremmo fare insieme ciò che Dio vuole da noi e per noi. Dio vuole che siamo suoi agenti, strumenti per portare luce, amore, pace in questo mondo, per portare fraternità».

Per uno sviluppo umano integrale 

Dopo Tony salgono sul palco Penelope Marmol e suor Alessandra Smerilli. Suor Alessandra è Segretario Generale del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale del Vaticano. Penelope è una gen stabile di Loppiano, cioè una giovane dei Focolari. È  nata nella cittadella da genitori uruguayani. Dopo aver completato nel 2024 gli studi all’Istituto Tecnico Agrario di Firenze, ha scelto di prendersi un anno sabbatico per «allargare i propri orizzonti». Così, ha trascorso 6 mesi nelle Filippine, a Manila, dove ha collaborato con Bukas Palad, un’organizzazione del Movimento dei Focolari impegnata nel sostegno ai bambini poveri. Durante la sua esperienza ha svolto le più diverse attività (mensa, scuola, ufficio, ecc.), vivendo un forte percorso di crescita umana e spirituale. È stata colpita dall’accoglienza ricevuta, dalla bontà delle persone incontrate e dalla capacità del popolo filippino di trovare la felicità nella semplicità. «Dopo questa esperienza, oltre a portarmi dentro infiniti ricordi, sono pronta a ridonare al prossimo tutto l’amore che ho ricevuto in quegli splendidi mesi. Devo rendere grazie alle Filippine per tutti i valori e gli spunti che mi ha donato e per avermi fatto trovare l’inizio della mia strada», racconta. Poi, con la schiettezza dei suoi venti anni, chiede a suor Smerilli se può raccontare quali sono le situazioni più drammatiche che con il Dicastero stanno affrontando. Quest’ultima risponde con un’altra domanda: «Cosa effettivamente è chiesto a noi? Una cosa molto semplice: aiutare il Papa e aiutare tutte le chiese nel mondo, in ogni dove, a promuovere lo “sviluppo umano integrale”, che possiamo definire come la fioritura umana, lo sviluppo della persona in tutte le sue dimensioni. Da quelle materiali alle dimensioni spirituali. E che questo avvenga per tutte le persone, nessuno escluso».
Lo fanno, racconta, con la pratica dell’ascolto e del dialogo. E guardando il mondo dalle periferie ci si accorge che «soprattutto lì dove la vita è più minacciata, nelle situazioni più drammatiche, c’è un’umanità che sa trasmettere fatti di Vangelo, speranza, sa fiorire, sa resistere, sa essere eroica nelle situazioni più disperate».

 

Le città e la fraternità 

Per ultima, è la volta di due studiose di architettura: la più giovane è Mariel Garcia Perez del Messico, a Loppiano per la Scuola Gen. Si confronta in diretta streaming con Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano. Mariel ha letto alcune pubblicazioni della professoressa e così osserva: «Mi è parso particolarmente brillante il modo in cui lei propone di guardare ai luoghi che abitiamo — città, quartieri, spazi quotidiani — non solo come strutture fisiche, ma come veri e propri scenari di relazioni umane. Lei riflette su persone ed esperienze capaci di trasformare gli spazi in luoghi di incontro, di cura e di comunità, mostrando come il modo in cui abitiamo influisca profondamente sulla nostra maniera di vivere insieme…». Così, la professoressa risponde suggerendo una riflessione su come stanno cambiando i nostri luoghi di vita: «Stanno cambiando le città e, nel cambiamento delle città, cambiamo anche noi. Perché gli spazi intorno a noi ci fanno sorridere quando tutti sorridono, ci fanno essere benevolenti se gli altri sono benevolenti. Ma può succedere anche il contrario. Oggi, nelle nostre città, noi siamo spinti da tardo capitalismo che ci vuole consumatori, individui da soli, che non ci vuole aggregati, che non ci vuole felici, che ci vuole isolati l’uno dall’altro. Siamo dentro anche noi questo assetto che non è soltanto un assetto economico ma diventa l’assetto dei nostri spazi di vita. Saperlo è molto importante perché possiamo cominciare a pensare a quali anticorpi sviluppare».
Pensare… un bene comune di cui riappropriarsi. Meglio se insieme. Così è stato in un pomeriggio a Loppiano, giovani e adulti, italiani e stranieri. Perché la diversità è ricchezza. E “fraternità” significa anche questo, dare pari dignità nella diversità.

 

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