Il primo incontro con don Angelo Dragoni, il parroco di San Vito Martire, che non aveva mai visto tante persone insieme nella sua chiesa a messa, e tutti uomini per giunta: il buon parroco credette di toccare il cielo con un dito!

 Lo disse con occhi felici e lucidi quando subito dopo andarono in canonica a salutarlo e a parlargli dei loro progetti. Disse che ringraziava il Signore del loro arrivo, perché da un po’ di tempo era veramente preoccupato. La sua parrocchia, già piccola, si stava progressivamente spopolando: le famiglie dei contadini, data la cattiva sorte delle campagne, abbandonavano un podere dopo l’altro per scendere in città a cercar altro lavoro: da seicento anime che era, il suo piccolo gregge s’era ridotto ad appena trecento, «per cui a San Vito c’era da rimaner soli» osservò. E poi, ancor impressionato dalla testimonianza così franca e suggestiva offerta da quei giovani, poco prima, nella sua chiesetta, concluse: «Ho chiesto la pioggia ed è venuta l’alluvione!».

Ma neppur don Angelo poteva immaginare, in quel momento, di quali proporzioni sarebbe stata l’alluvione di Loppiano… Da quella pattuglia di venti ragazzi – che ben presto sarebbero diventati cinquanta, e ancor prima di gennaio settanta, e poi di più, di più – nei pressi della sua chiesetta e al centro delle cascine sparse nei poderi dell’altipiano di San Vito, sarebbe sorta una città, una città modernissima, che avrebbe richiamato un afflusso crescente di cittadini e di visitatori da ogni parte del mondo.

Una città che, fin dal suo nascere, sarebbe nata contro ogni logica umana. Perché di solito, quando si dà mano a imprese del genere, prima si costruiscono le case e si preparano le strade, e poi vi si porta la gente, a cose fatte. A Loppiano no. Prima vi sarebbe giunta la gente (e quel primo nucleo era già lì sul posto), e poi si sarebbe proceduto alla costruzione delle case; e quando le case, almeno le prime, fossero state in piedi, si sarebbero fatte le strade per raggiungerle, e le nuove strade sarebbero state allacciate con quelle già esistenti.

«Per non perder tempo!» è la risposta che ci sentiamo ripetere, quando poniamo il perché di questo procedere fuori del comune a qualcuno degli ex-studenti della scuola internazionale di Grottaferrata [per la formazione dei dirigenti del Movimento dei focolari], trasformatisi nel ’64 e negli anni successivi in pionieri di Loppiano.

E nei loro occhi brilla lo «spirito d’avventura» che li sorresse, e ancor li sorregge, contro tutte le difficoltà e le avversità, e c’è chi non si trattiene dal dire che, «quando, fra qualche anno, avremo anche gli ascensori, probabilmente rimpiangeremo questo periodo… », e lascia la frase in sospeso, quasi volesse aggiungere «eroico», ma si trattiene, perché la retorica non è di casa a Loppiano.

da S.C. LORIT, Loppiano – una città nuova, Città Nuova 1967

 

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