Saulo è arrivato a Loppiano a giugno 2021 per fare l’esperienza del Progetto Giovani e, contemporaneamente, lavorare con il Gen Rosso. Vivendo nella cittadella ha trovato qualcosa che non stava cercando.

 

Ha 27 anni e degli occhi luminosi e accoglienti. Si chiama Saulo – «non sono ancora diventato Paolo!», scherza commentando il suo nome – viene da Huila, regione nel sud della Colombia. A Loppiano è arrivato a giugno del 2021, dopo una lunga attesa, per partecipare al Progetto Giovani e lavorare con il Gen Rosso.

«Ma questa per me non è la prima volta nella cittadella. Ero arrivato già a dicembre del 2019, per partecipare al Village, un’esperienza di approfondimento artistico e di condivisione di valori, alla luce del carisma dell’unità, promossa dal Gen Rosso». L’invito era arrivato attraverso suo zio, un sacerdote focolarino che altre volte lo aveva coinvolto in esperienze simili, in genere positive, a cui aveva partecipato ma «senza pensare a cosa stessi facendo…», spiega.

Stavolta però è diverso: «Io sono ingegnere del suono e ho partecipato come membro della squadra tecnica. Sono stato qui 15 giorni, per fare un’esperienza di lavoro, ma il modo in cui si lavorava non era quello a cui ero abituato… Mi sono sentito subito a casa, come se appartenessi a questo posto da tutta la vita. C’era qualcosa nell’aria, come una magia. Non saprei come altro definirla». Saulo sta al gioco e si lascia sollecitare dalle domande senza alzare le difese. Così, definisce meglio quel modo “diverso” di lavorare. «Mi sono innamorato di quel fare le cose con amore, senza pensare ai soldi o al proprio tornaconto come professionisti, mettendo l’altro davanti a sé: i cantanti, i musicisti che dipendono da noi della squadra tecnica. Dando tutto per fare ogni cosa al meglio, per portare alla gente il loro messaggio di fraternità. E – conclude – mi sono detto: “È questo che io voglio fare nella vita, è così che voglio lavorare sempre!”».

Gen Rosso

 

Al terzo giorno di Village, il desiderio di Saulo comincia a concretizzarsi: viene convocato dal manager del Gen Rosso che gli chiede se vuole far parte della squadra tecnica della tournée che sarebbe partita di lì a poco. «Gli ho detto “sì”. Sono tornato in Colombia, con l’idea di ripartire subito, ma poi è scoppiata la pandemia…».

Trascorre un anno e mezzo. Finalmente, nel giugno scorso ritorna, inserendosi anche nel Progetto Giovani, l’esperienza di fraternità aperta ai giovani di ogni parte del mondo, appartenenti a diverse culture, credenti o non credenti. «Ero venuto con il progetto di fare un’esperienza di lavoro ma è come passata in secondo piano. Quello che faccio qui è per me. Siamo 25 giovani adesso, siamo tutti diversi e, nel rapporto tra noi, ci si mette ogni giorno come davanti ad uno specchio, ti trovi a tu per tu con i tuoi sbagli e tutto quello che pensavi andasse bene di te. Si cerca di crescere, migliorare, risolvere le cose che non vanno. E così che scopro pian piano una versione migliore di me stesso».

Rimane soltanto un’altra domanda per soddisfare il desiderio di comprensione di chi scrive… Poco fa, Saulo aveva parlato di “magia”. Cosa intendeva?

«Non saprei come altro definirla. Spesso, quando arriva una persona nuova al Progetto Giovani, la prima cosa che dice è che rimarrà solo per una settimana o due. Noi, sorridiamo e rispondiamo: “Tranquillo, non c’è problema!”. Tanto, poi tutti finiscono per fermarsi più a lungo! È questo “qualcosa” che ti innamora, che ti mette la voglia di restare a Loppiano. Che ti cambia la prospettiva e ti mette dentro il desiderio di fare di più per gli altri, di lavorare con amore. Nel confronto con l’altro, rafforza la fede, se ce l’hai, e ti fa capire di più chi sei».

Progetto
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