In questi giorni, nella cittadella stanno arrivando i nuovi partecipanti alle scuole di formazione per i giovani, le famiglie, i sacerdoti, i religiosi, i focolarini. La maggior parte di loro si fermerà fino a fine giugno 2027. Ma che tipo di esperienza si fa in una di queste scuole? Ana Clara Rodrigues Schmidt ha 27 anni, lavora come traduttrice e vive a San Paolo, in Brasile. Ha partecipato alla Scuola Gen, la scuola per i giovani del Movimento dei Focolari, soltanto lo scorso anno. Qualche mese fa ha raccontato sul social LinkedIn questa avventura, evidenziandone l’importanza che ha avuto per la sua professione di traduttrice. Così, le abbiamo scritto, chiedendole di raccontarci anche il resto della storia.
Quando ho visto il primo cartello con scritto “Loppiano”, ho avuto una sensazione strana: stavo arrivando in un posto completamente sconosciuto e, allo stesso tempo, mi sembrava di tornare a casa. Ci ho messo un po’ a capire cosa significasse davvero quella sensazione. Perché la verità è che non ho amato Loppiano immediatamente. Ho dovuto imparare ad amarla.
Vengo da San Paolo, la città più grande e popolosa del Brasile. Sono sempre stata abituata al caos della grande città e provavo a vivere una vita tranquilla in mezzo a quel caos. Ed era anche tutto molto comodo. A Loppiano mi sono trovata lontana dalle farmacie, dai supermercati, dai mezzi pubblici, da tutto quello che ero abituata ad avere a portata di mano. All’inizio quell’isolamento mi faceva impazzire. Poi, piano piano, ho cominciato ad apprezzare il tramonto dopo un pomeriggio di lavoro al Conto Terzi, ho cominciato a camminare di più, a guardare il cielo. E, contemporaneamente, ho iniziato a capire che quella casa che stavo costruendo non era solo un luogo. Casa è diventata una ragazza del Progetto Giovani che, già nei primissimi giorni, mi ha offerto un posto sicuro in cui sentirmi completamente accolta. Casa sono diventate le mie compagne di appartamento e di tutta la quotidianità: dal capire chi cucinava o puliva ai momenti di condivisione delle felicità, delle difficoltà e delle pazzie.
A casa mia, stare insieme spesso significava: problemi, lamentele e litigi. Pensavo davvero che avrei vissuto da sola per tutta la vita, che semplicemente non fossi fatta per abitare con altre persone. Avevo bisogno di molto spazio per stare da sola. A Loppiano, ero sempre circondata da persone, anche nella mia stessa camera. Però, ho scoperto che la convivenza non deve necessariamente significare conflitto. Che persone diverse possono costruire una fraternità insieme. E per costruire questo, dovevamo anche trovare un modo per capirci.
Avevo iniziato a studiare italiano poco prima di partire e riuscivo a capire abbastanza, ma non a comunicare davvero. All’inizio passavo dall’italiano all’inglese, allo spagnolo e al portoghese, cercando di costruire ponti tra persone che ancora non riuscivano a capirsi bene. Poi, senza accorgercene, abbiamo cominciato a vivere in italiano. E vivendo in italiano ho cominciato anche a conoscere davvero le tante realtà che formavano Loppiano.

Il lavoro è stato una parte importante di questo percorso. Sono passata dal Conto Terzi, dove lavoravano insieme persone provenienti dalle diverse realtà della cittadella, alla Ceramica Centro Ave, dove ho trovato una piccola famiglia.
Lì il mio lavoro era soprattutto nei dettagli. Ho passato ore e ore sulla mia tanto amata “Aurora” (una rappesentazione della Sacra Famiglia), rifinendo i segni lasciati dagli stampi, ricostruendo piccoli particolari e preparando ogni pezzo per la fase successiva. Era un lavoro che chi vedeva il prodotto finito probabilmente non avrebbe mai notato, ma che era indispensabile perché quel prodotto potesse esistere così.
Alla Scuola Gen, scrivevo. Tanto. Riempivo quaderni con le diverse lezioni, domande e riflessioni. Soprattutto riflessioni. Sono tornata in Brasile con tre quaderni e mezzo completamente pieni di appunti e un altro quaderno e mezzo di riflessioni. Ho organizzato e preparato eventi, cantato durante le Messe e incontrato persone che probabilmente non avrei mai conosciuto se fossi rimasta nel mio piccolo angolo del mondo.

Tra tutte quelle pagine, ce n’è una che oggi ha un significato particolare per me. A febbraio, durante un laboratorio, avevo provato per la prima volta a mettere per iscritto ciò che stavo vivendo. All’epoca avevo concluso il mio racconto dicendo che Loppiano era stato, e continuava a essere, “movimento nella forma più inaspettata possibile”.
Mi fa sorridere leggerlo oggi.
Perché allora non sapevo ancora quante cose sarebbero successe nei mesi successivi. Non conoscevo ancora tutte le persone che sarebbero diventate importanti per me. Non avevo ancora riempito quei quaderni, passato tante ore con l’Aurora, cantato “Tango” di Tananai in loop infinito, organizzato il Primo Maggio e tante altre attività, né vissuto tutte quelle conversazioni, cene, difficoltà, risate e piccoli momenti quotidiani che oggi associo immediatamente a Loppiano.
Forse la cosa che allora non potevo ancora capire era che quel “movimento” non mi stava portando nella direzione che avevo immaginato.
Sono partita dal Brasile pensando soprattutto alla mia crescita personale, individuale. E sì, sono cresciuta molto come persona, ma ho capito che essere indipendente non significa necessariamente fare tutto da sola.

Sono arrivata senza conoscere quasi nessuno e, nove mesi dopo, mi sono ritrovata a dover salutare una casa costruita insieme a persone provenienti da tanti angoli diversi del mondo. Durante la nostra ultima serata a Loppiano abbiamo scelto come simbolo una fiamma: tutto ciò che avevamo ricevuto attraverso gli incontri, le amicizie, le sfide, le scoperte e l’amore reciproco vissuto insieme. Ognuno di noi ne avrebbe portato con sé una parte.
Oggi, dall’altra parte dell’oceano, credo di capire un po’ meglio quel simbolo.
Nove mesi prima ero arrivata a Loppiano senza aver dormito, senza riuscire ancora a comunicare davvero in italiano e senza sapere cosa mi aspettasse. Alle quattro del mattino, nove mesi dopo, sono ripartita mentre quasi tutti dormivano. Ho chiuso la porta senza svegliare nessuno e ho fatto per l’ultima volta quella strada che all’arrivo mi era sembrata così sconosciuta.
Quella volta, però, sapevo esattamente da dove stavo partendo.
Sono profondamente grata a tutte le persone che mi hanno accolta, accompagnata, insegnato qualcosa, sfidata, ascoltata, fatta ridere e che hanno condiviso con me un pezzo della propria vita. Alla Scuola Gen, alla Ceramica Centro Ave e a tutta Loppiano, grazie per tutto quello che mi avete dato in questi nove mesi e, soprattutto, per averli vissuti insieme a me.
Sono arrivata a Loppiano pensando di dover imparare a esistere da sola nel mondo.
Sono ripartita sapendo che non era quella la domanda più importante.
Ana Clara Rodrigues Schmidt

